Come cantava Robbie Williams nella canzoncina dei titoli di testa dello spoof a tematica bondiana Johnny English, l’Agente 007 è davvero l’uomo per tutte le stagioni, per tutte le latitudini e per tutti i climi. I suoi cinquantatré anni di carriera sul grande schermo hanno dimostrato che è anche l’uomo per tutte le decadi, benché da vent’anni ci sia qualche personaggio – amico e nemico – che lo assilla dandogli dell’anacronismo vivente, del residuato bellico, del reperto archeologico.

A muovergli queste accuse è stata inizialmente la capessa M, ai tempi di GoldenEye, risalente al 1995. A quel tempo c’erano ottime ragioni per far notare l’inattualità di Bond, ma non servivano tanto a dare a 007 – definito da M come un residuo della Guerra Fredda – una ragion d’essere nel mondo dopo lo smantellamento dell’Unione Sovietica; erano piuttosto quel che occorreva per dare risalto a quella signora attrice che è Judi Dench, la quale vestiva per la prima volta i panni di M: farle sputare un po’ di veleno addosso al misogino par excellence era il modo migliore per sottolineare la sua diversità rispetto a quei placidi soprammobili che erano i precedenti superiori di Bond (Bernard Lee e Robert Brown). Inoltre 007 era reduce dalla più lunga assenza di tutta la saga (erano passati ben sei anni da Vendetta privata, uscito nel luglio del 1989), quindi era comprensibile che i personaggi di GoldenEye sprecassero un bel po’ di fiato per dimostrare come i cliché della saga “storica” fossero destinati ad essere rottamati. Un bluff bello e buono.

Per fare un esempio, la segretaria Moneypenny – interpretata per la prima volta da Samantha Bond – ostentava una suscettibilità sconosciuta a coloro che l’avevano preceduta, accusando simpaticamente Bond di molestie sessuali, e ci teneva a precisare di avere una vita affettiva che non si limitasse alla contemplazione delle foto dell’agente preferito di Sua Maestà.

Judi Dench

Quella stessa Moneypenny entro due anni, ne Il domani non muore mai, si sarebbe trasformata in un distributore automatico di battute sconce. In La morte può attendere, uscito nel 2002, si sarebbe fatta sorprendere mentre si rotolava sul pavimento, sfruttando degli occhiali destinati alla simulazione di realtà ipotetiche per immaginare amplessi con il suo James, che era contestualmente impegnato a giacere con Halle Berry. Che fine aveva fatto la sua decantata autosufficienza sentimentale/sessuale?

In GoldenEye anche il villain Alec Trevelyan e la Bond Girl Natalya Simonova si sentivano in dovere di rimpinzare 007 con manciate di considerazioni moraliste: entrambi gli chiedevano, in modi diversi, se non fosse tormentato dalle urla dei cumuli di morti che si era lasciato dietro. Lo 007 di Pierce Brosnan rispondeva inaugurando il regime bondiano più sanguinario della saga, con una media di 33,75 tacche sul grilletto nei quattro film da lui interpretati.

In Casino Royale, Skyfall e Spectre, il vecchio James viene bombardato dai presuntuosi pistolotti di buoni e cattivi che parimenti lo ritengono un fossile. Le Bond Girls gli domandano se non sia giunta per lui l’ora di rifarsi una vita: “È davvero quello che vuoi? Vivere nell’ombra? Inseguire ed essere inseguito?”, gli chiede la non-violenta Madeleine Swann in Spectre. Quel pischello nerd di Q, incarnato da Ben Whishaw a partire da Skyfall, gli dice invece senza giri di parole che lo ritiene un relitto (un glorioso relitto, perlomeno), mentre il cattivo secondario di Spectre, il burocrate C, gli spiega candidamente che non capisce l’utilità di un assassino in carne ed ossa in un mondo in cui sono i droni a fare il lavoro sporco. Per quanto ne dica C, è proprio nel momento in cui la morte smette di avere dei lineamenti identificabili che diventa solleticante l’idea di avere un difensore con un volto riconoscibile e che faccia il gradasso piroettando in elicottero sulle teste di decine di migliaia di persone a Città del Messico (come accade in Spectre).

Spectre #3

Sentimentalismi a parte, tutta questa insistenza – ormai abbastanza irritante – sulla necessità che Bond si trasformi lascia aperti molti interrogativi (legati anche, com’è inevitabile, al fatto che Daniel Craig decida o meno di riprendere il ruolo nel venticinquesimo film della saga): questi appelli al cambiamento sono solo chiacchiere per iniettare un altro po’ di dramma nella saga o preludono a qualche innovazione sostanziale? Nell’epopea bondiana i cambi di scenografi sono sempre stati molto più determinanti degli avvicendamenti degli sceneggiatori, ma con Skyfall il trend è cambiato in nome dell’irragionevole pretesa di intessere (a posteriori) un’unica grande storia che colleghi gli episodi di Craig e magari anche del post-Craig.

Che accadrà dunque? Bond potrebbe mai buttare via – provvisoriamente, è chiaro – il distintivo come un Ispettore Callaghan qualunque (come sembra suggerire il detestabile finale di Spectre) in nome della salute mentale e dell’amore? Ci aveva già provato in Al servizio segreto di Sua Maestà e non era finita bene. Dovrà adeguarsi in qualche modo ai teorici del cambiamento (anche se alla fin fine, dopo le prese di posizione iniziali, Moneypenny e Q sono tornati ad essere i soliti zerbini), oppure potrà continuare a fare il proprio lavoro senza che gli sceneggiatori lo ammorbino con tutti questi – ormai risaputi – patemi?

Andrea Lohengrin Meroni

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