Cantare per resistere, per protestare, ma anche cantare per ricordare, per non lasciare che il tempo spazzi via le tracce del passato. Il progetto Cantacronache, collettivo di letterati, musicisti e pensatori, è una parte buia della storia italiana che tende a essere dimenticata. Nel libro Politica e protesta in musica, reperibile presso la libreria Virginia e co. Di Monza, l’autrice Chiara Ferrari restituisce alla contemporaneità quelli che sono gli anni salienti dello sviluppo del cantautorato italiano e gli effetti che ha avuto sulla società dell’epoca.

Cantacronache nasce e si sviluppa negli anni del miracolo economico italiano, fenomeno che da Torino investirà lentamente tutta la penisola: Michele Straniero, Sergio Liberovici, Emilio Jona, Fausto Amodei e Margherita Galante Garrone (Margot) sono solo alcuni degli artisti che animeranno gli anni Sessanta con la loro musica e le loro idee. Il progetto non nasce all’interno del contesto musicale bensì nel teatro, più specificatamente a partire dal Berliner Ensemble di Brecht, dal quale Liberovici trae ispirazione per teorizzare la costruzione di brani dal valore critico-contingente come forma di protesta, di controtendenza e di denuncia contro la corruzione imperante all’interno di una società che si culla nel benessere, incurante di ciò che accade al di fuori della propria abitazione.

L’autrice del libro insiste sulla criticità contestuale all’interno della quale il progetto musical-intellettuale si sviluppa e prende forma: è la situazione italiana immediatamente successiva al regime fascista che preoccupa e ispira il collettivo di Torino e suscita nei membri il desiderio di “evadere l’evasione” causata dalla musica nostrana dell’epoca, considerata da loro scialba, dedita a tematiche non impegnate, al diletto e alla spensieratezza, atteggiamento secondo loro sempre più diffuso a causa degli “infernali” strumenti mediatici e al loro migliore alleato, il Festival di Sanremo. I concerti en plein air non venivano ancora contemplati all’epoca e le uniche vie di propaganda disponibili erano soggette a una forte censura nel momento in cui affrontavano tematiche scomode come quelle trattate dai Cantacronache. Furono allora i cortei dei sindacati e gli editori musicali a dare voce alle loro ideologie. La lotta di classe iniziava a prendere forma, e numerosi furono i proseliti, spinti dalla voglia di rivalsa di questi giovani analisti politici.

Il libro sottolinea inoltre gli effetti scaturiti dalla presenza dei Cantacronache sul suolo italico, definendo il collettivo come il precursore della canzone italiana d’autore. I Cantacronache imperniarono la loro esperienza sulla contestualizzazione e sulla cronaca del Paese, tendenza che porterà alla nascita di nuove personalità in ambito musicale grazie anche alla spinta proveniente dai generi musicali stranieri che allora si stavano diffondendo. Era il 1958, anno in cui l’amalgama composta dal nuovo rock’n’roll di matrice americana e dal boom dell’industria discografica italiana portava alla nascita di una nuova concezione artistica. Il cantante diveniva così un interprete, coinvolto appieno nella produzione di musica e testi. Adriano Celentano, Giorgio Gaber, o ancora, Little Tony e Mina, ma anche la proliferazione di gruppi musicali, due filoni che avrebbero ravvivato il mercato discografico italiano.

Sono loro i nuovi interpreti, figli della protesta al mondo borghese e al consumismo, perennemente angustiati da una società che guardavano con diffidenza. Una sfiducia generazionale che andava diffondendosi all’interno di un contesto, quello della metà degli anni Sessanta, dove le morti bianche e lo scontro armato cedevano il passo alla spensieratezza e alla vita mondana e carnale, nonché a una certa dose di rassegnazione popolare. Serviva un cambiamento radicale, una “correzione ideologica”. E saranno i primi anni Settanta a offrire lo scenario ideale per una rivoluzione: la strage di Piazza Fontana a Milano (1969) e gli attentati perpetrati sui treni diretti a Reggio Calabria per la Conferenza del Mezzogiorno (1972) verranno continuamente citati dagli autori della nuova tendenza musical-politica alla quale presero parte, tra gli altri, Giovanna Marini, Ivan della Mea (ex operaio) e gli Stormy Six, paladini della giustizia in salsa beat.

Si respirava aria di rivoluzione, suscitata dai movimenti studenteschi del ‘68 e dagli scioperi, ma anche dalla nuova concezione del cantautore, teorizzato nella duplice veste di intellettuale e artista. La violenza e l’inquietudine, però, vengono edulcorate nei testi di De Gregori, Guccini, Fossati e di molti altri musicisti della cosiddetta seconda generazione cantautoriale, che si fa portavoce di cronaca, poesia e di un’intelligente mediazione. Gli artisti dei Cantacronache avevano lasciato un’ampia eredità, ma non erano mai riusciti a raggiungere gli obbiettivi che si erano prefissati. Finisce così un periodo di esaltazione collettiva, durante il quale nuove impellenti problematiche investivano la società italiana, e i giovani, nella loro indolenza e nella loro atarassia, furono la vittima sacrificale di una struttura ad anello che li ha illusi di poter vincere per poi schiacciarli.

Sabino Forte

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