Voto

8

Il 2020 si è concluso all’insegna di un’etica ribelle firmata Playboi Carti. Il 25 dicembre l’artista ha infatti rilasciato l’atteso Whole Lotta Red: un progetto ambizioso che spinge la trap verso una sperimentazione alternativa, imprevedibile e intrigante.

È la sovversione delle aspettative a rendere il disco sorprendentemente innovativo, a partire dall’incontro tra l’immaginario oscuro e rumoroso del punk anni ‘70 con quello acceso ed elettrizzante della trap. Si realizza un confronto musicale energico retto da una dialettica serrata, nella quale Playboi Carti esibisce una performance vocale istrionica: guaiti, falsetti, affanni e disfonie varie, che costituiscono forse l’aspetto più sperimentale dell’album. Meno sovversiva, ma comunque decisamente spinta ed eccentrica, la produzione di Whole Lotta Red catapulta l’ascoltatore in un videogioco futuristico pieno di effetti sonori, ripetizioni e cambi up-down improvvisi. Un mondo artificiale in cui regna l’edonismo più disinteressato e il nichilismo più crudo, nel quale Playboi Carti si incorona King Vamp mentre rappa sugli accordi inquietanti di una composizione di Bach montata al contrario (Vamp Anthem).

L’artista non è sceso a compromessi: libero e disinteressato, Playboi Carti sguazza con frenesia in un mare di tracce volutamente confusionarie, come l’interminabile M3tamorphosis (feat. Kid Cudi) e la lunatica Go2DaMoon (feat. Kanye West). Whole Lotta Red è un prodotto grezzo e prolisso, riscattato però dall’immediatezza lirica di Carti e dalla coerenza delle produzioni, che nella loro eterogeneità condividono un unico obbiettivo: immergere l’ascoltatore in un trip ossessivo macchiato di rosso.

Deborah Cavanna