Ruben Östlund è uno degli autori più polarizzanti dell’ultimo decennio, passato in sordina fino al festival di Cannes con The Square (2017), dove ha finalmente raggiunto una platea più ampia e ha ottenuto una discreta distribuzione anche in sala. Paradossalmente è proprio questo il suo film più debole, sia per messa in scena che per temi affrontati, rispetto soprattutto al ben più impattate Forza Maggiore (2014), in cui veniva analizzata, e messa alla berlina, l’immagine stereotipata dell’uomo forte e virile, il pilastro della famiglia, mostrandone invece tutte le insicurezze, debolezze e fragilità. Ancora prima usciva Play (2011), l’opera più controversa di Östlund, che scatenò un vero e proprio caso mediatico dividendo l’opinione pubblica svedese non solo per i temi trattati, ma anche per l’assenza di una presa di posizione etica netta da parte del regista. Il film è disponibile sul catalogo di Amazon Prime e gratuitamente, per un mese, sulla piattaforma ArteKino – vi basta cliccare qui.

Partendo da un fatto di cronaca molto discusso, Östlund racconta l’odissea di un gruppo di ragazzi che vengono inseguiti, molestati e infine derubati da un gruppo di altri quattro ragazzi neri, che imbastiscono una contorta messa in scena in cui le vittime sono anche gli attori principali. Un soggetto come questo avrebbe potuto essere un potenziale combustibile per alimentare l’odio razziale, ma per Östlund è lo spunto per costruire una riflessione sull’abuso di potere e sul perbenismo della società occidentale. La descrizione delle conseguenze dei processi migratori contemporanei è infatti marginale, perché per il regista tutti i personaggi sono ugualmente svedesi, ponendosi agli antipodi rispetto a una tendenza, sebbene spesso buona negli intenti, di raccontare una minoranza o una categoria protetta in modo edulcorato, annullando le sfumature negative, proponendo una rappresentazione del reale è completamente distaccata dal mondo.

Play rifugge anche da tutti gli stereotipi registici che hanno caratterizzato una certa tipologia di lungometraggi basati sulla rappresentazione di comunità disagiate e marginali: primi piani e camera a mano vengono eliminate in favore di un approccio documentaristico, caratterizzato da inquadrature ampie e movimenti di macchina impercettibili. Queste scelte stilistiche permettono di mantenere un certo distacco dai personaggi, disinibendo completamente l’immedesimazione emotiva dello spettatore. In questo senso, risulta esemplificativa la prima sequenza: interamente ambientata in un centro commerciale, è costituita da una serie di inquadrature che emulano l’estetica e la composizione di quelle registrate da un sistema di sorveglianza a circuito chiuso, introducendo quel voyeurimo che si manterrà per tutta la durata del film, come se spiassimo dei frammenti di vita quotidiana da un punto nascosto. Questo punto di vista viene amplificato attraverso l’uso degli zoom, esclusivamente ottenuti fase in montaggio, che conferiscono un tono distaccato, quasi artificiale, alle riprese.

La trasposizione della realtà nella finzione utilizzando strumenti diversi da quelli previsti dalle norme del linguaggio cinematografico è una scelta che accompagna la filmografia del regista svedese fin dagli esordi, come nel cortometraggio Incident by a Bank, (2009), basato sulla gimmick degli zoom digitali per raccontare un evento mantenendo la medesima inquadratura fissa dall’inizio alla fine. Niente di innovativo, in realtà. Quello che ha fatto Östlund è stato semplicemente recuperare e rinnovato una direzione che da sempre caratterizza il cinema nordeuropeo. La stessa ossessione è riscontrabile anche nei primi lavori del regista austriaco Michael Haneke, che in 71 frammenti di una cronologia del caso (1994) rifletteva proprio sulla rappresentazione negativa spesso affibbiata ai migranti in un periodo storico caratterizzato dalla paura degli attentati e delle guerre, amplificata dai mass media.

Uno spunto realizzato tramite l’accostamento di scene di vita quotidiana apparentemente slegate tra loro, che trovano un punto di convergenza al culmine del climax, in un atto violento compiuto da un uomo insospettabile. È così che Haneke gioca con lo spettatore, ribaltando tutti i suoi preconcetti e i stereotipi semplicemente attraverso una rappresentazione della realtà per come appare, senza ricorrere a una trasposizione finzionale plateale. In Play questo approccio viene attualizzato, riflettendo sugli stereotipi oggi radicati anche nella fasce più giovani della popolazione. Per un paradossale ribaltamento, i piccoli criminali recitano semplicemente il ruolo negativo che gli è stato affibbiato da una società caratterizzata da un clima di terrore verso il diverso, ma questo non significa minimizzare le loro azioni violente. L’intento di Östlund è quello di sottolineare come gli schieramenti politici in gioco non sembrino avere alcun interesse nel risolvere il problema delle discriminazioni razziali e delle disuguaglianze sociali, impedendo di fatto l’avanzamento del processo di integrazione.

Questo concetto trova rappresentazione metaforica nella serie di scene in cui una culla viene abbandonata su un treno e nessuno se ne vuole farne carico. Ecco che emerge il nocciolo della questione: la mancanza di una risposta a un grave problema sociale genera violenza, che non è propria solo della banda ma è parte integrante di ogni persona, inclusi gli adulti che entrano in scena ultime scene del film. Tutti i personaggi, nessuno escluso, sono infatti caratterizzati dalla stessa volontà di imporsi sull’altro, di schiacciare l’elemento più debole del contesto. Quella mostrata da Östlund è una società unita nella prevaricazione del prossimo, una tendenza sotterranea ma presente in ogni individuo, un bias che agisce anche in coloro che si riparano dietro ideali universalmente accettati.

Davide Rui