Nell’ultimo decennio l’immaginario dello Studio Ghibli si è progressivamente consolidato nella pop culture occidentale, uscendo dalla nicchia degli appassionati che già negli anni Novanta conoscevano i lavori allora completamente invisibili di Hayao Miyazaki e Isao Takahata. La popolarità ottenuta grazie a film come Il mio vicino Totoro o Il castello errante di Howl ha però avuto anche un effetto collaterale: la totale messa in ombra di una delle due anime dello Studio, ovvero Isao Takahata, i cui film, fatta eccezione per Una tomba per le lucciole (1988), sono in gran parte ignorati dal pubblico. Eppure stiamo parlando del cofondatore dello Studio, una figura fondamentale nella nascita e nell’evoluzione del progetto, pur mantenendo una propria cifra stilistica che l’ha sempre differenziato da Miyazaki. I film di Takahata, infatti, intrattengono un rapporto molto più stretto col reale: molte delle sue opere raccontano il mondo contemporaneo giapponese (Jarinko Chie, Una tomba per le lucciole, Pioggia di Ricordi) a volte contaminandolo con elementi del folklore tradizionale (Pom Poko, I miei vicini Yamada). Ad accomunarli agli altri film dello Studio sono la poetica, il grande spazio dedicato alle tematiche ambientali e la posizione critica nei confronti società giapponese.

Pioggia di Ricordi si posiziona in un momento complesso nella storia del Ghibli: nel 1988 erano usciti nei cinema giapponesi due film dello Studio (Il mio vicino Totoro e Una tomba per le lucciole), che avevano convinto la critica ma non ancora il pubblico. In seguito all’uscita di Kiki – Consegne a domicilio, Miyazaki decide allora di abbandonare momentaneamente il suo progetto in corso (che sarebbe poi diventato Porco Rosso) per aiutare Takahata nella produzione di un film con cui convincere davvero tutti: Pioggia di Ricordi. In questo lavoro i mondi fantastici spariscono e cedono il passo a un racconto di formazione che vede come protagonista una donna in carriera in preda a una crisi esistenziale. Il lungometraggio conquista effettivamente pubblico e critica, posizionandosi nella classifica dei film più visti dell’anno (1992). Le ragioni di questo successo possono essere individuate in due principali fattori: il contesto storico e il panorama cinematografico in cui l’opera di Takahata si è inserita.

Il Giappone degli anni Novanta stava infatti attraversando una grande crisi dovuta alla bolla speculativa formatasi a partire dal 1986 e scoppiata nel 1991, un contesto che ha spinto i cineasti ad analizzare il decennio appena trascorso e l’apparentemente inattaccabile sistema economico del Paese. Dal punto di vista del genere, Pioggia di ricordi si inserisce nella tradizione ben consolidata in Giappone del melodramma, sulla scia di Yasujirō Ozu e del meno conosciuto Yûzô Kawashima. Una tipologia di racconto molto vicina al pubblico popolare, che sul grande schermo ritrova i problemi e le gioie di tutti giorni, con i quali può facilmente immedesimarsi. Negli anni Novanta, però, questo genere si stava indebolendo poco alla volta, per lasciare spazio a prodotti che tendono a imitare le grandi produzioni americane. Takahata decide invece di andare nella direzione opposta con un film che rimane ancorato alla tradizione ma la svecchia, introducendo contesti e personaggi – in primis quelli femminili – più vicini al pubblico di allora. 

La figura della protagonista, Taeko Okajima, rappresenta l’essenza di questa operazione: non più una semplice casalinga ma un’office lady forte e indipendente, tuttavia alle prese con una visione conservatrice della società che la vede solo come una potenziale moglie. Un meccanismo sociale che persiste ancora oggi, portando moltissime famiglie a organizzare incontri matrimoniali per donne non più giovanissime, per via del preconcetto secondo cui l’assenza di un partner viene concepita come una mancanza personale e un fallimento per la famiglia. Questa condizione insieme a un lavoro non stimolante spingono Taeko a partire per la campagna. Se per quello che riguarda la caratterizzazione dei personaggi il regista assume una visione moderna, lo stesso non si può dire per il contesto. La protagonista fugge infatti da Tokyo, la città simbolo del miracolo economico giapponese, che compare solo nelle sequenze iniziali in un tripudio di grattacieli e costruzioni umane. Rispetto a questo skyline risultano molto più ingegnose le costruzioni dei contadini, i canali idrici o le foreste artificiali, in armonioso equilibrio con la natura e l’ambiente circostante. La città contemporanea nell’immaginario artistico giapponese diventa così una prigione, come nel quasi contemporaneo Tokyo Fist (1995) di Shinya Tsukamoto, in cui viene enfatizzata la perdita di umanità e individualità all’interno di un contesto urbano che predilige l’uniformità fino all’appiattimento delle singole individualità.

A livello temporale Pioggia di Ricordi si muove su tre piani: quello della narrazione (1982), quello del ricordo (1962) e quello dello spettatore (1992), in un continuo scambio fra le decadi in cui la fuga dalla città negli anni Ottanta si collega figurativamente all’invettiva degli anni Novanta del regista che invita a rifiutare quel modello economico che aveva sacrificato tutto in nome di una ricchezza temporanea che lascerà una profonda impronta negativa specialmente nel tessuto sociale. La campagna, per contrasto, diventa il luogo simbolo della riscoperta di sé e dei valori umani. Come Kiki – Consegne a domicilio, uscito appena un anno prima, il lungometraggio si presenta come un Bildungsroman che vede la protagonista immergersi nel mare dei ricordi in un momento di difficoltà, così da cercare soluzioni alla propria condizione presente.

Due mondi lontani si uniscono in un luogo cruciale nella crescita personale di Taeko, collegati dal treno: un filo che unisce non solo la campagna e la città ma anche la realtà e la finzione. Già nell’opera precedente del regista, il presente e il passato erano collegati dall’immagine del treno in cui venivano rievocati drammatici ricordi di guerra. Il dialogo fra i due poli è essenziale per tratteggiare un ritratto accurato della psiche della protagonista: piccoli momenti del quotidiano, come una recita alle elementari o la scoperta di un frutto esotico, illuminano quelle caratteristiche particolari del suo carattere di donna adulta. Pioggia di ricordi è un’opera tutta da scoprire di cui si è parlato troppo poco, un film capace di analizzare con grande naturalismo una generazione di giovani disillusi che hanno dovuto affrontare il crollo di tutte le loro certezze, ritrovando una solidità solo attraverso un tuffo in quei ricordi che costituiscono le fondamenta del nostro io

Davide Rui