Voto

8

È ormai da alcuni giorni disponibile su Netflix uno dei titoli più toccanti della 77a Mostra del Cinema di Venezia 2020, ultima opera dell’ungherese Kornél Mundruczó (autore di White God – Sinfonia per Hagen): Pieces of a Woman. Un film fatto di grandi nomi, dalla produzione esecutiva di Martin Scorsese alle interpretazioni di Shia LaBeouf e Vanessa Kirby, che si aggiudica la Coppa Volpi. Ma Pieces of a Woman è molto altro, in primis la rappresentazione, in parte autobiografica, di un dolore apparentemente insormontabile.  Sullo sfondo di una fredda Boston fatta di cantieri e ponti in costruzione si snoda l’intenso racconto di una maternità perduta e dell’irreparabile dolore di una donna. Eppure Pieces of a Woman non si esaurisce nel ritratto del lutto: dalle abili mani della sceneggiatrice (nonché compagna del regista) Kata Wéber scaturisce la rappresentazione profonda di una maternità il cui fallimento viene socialmente tramutato in colpa, la colpa non essere riuscita a diventare madre. Sono allora quei ponti in costruzione di Boston a rappresentare il vero cuore del film, ovvero la capacità di mediare, di comunicare e di costruire, ma soprattutto mantenere, sani legami umani e sociali.

A creare questo quadro è soprattutto la delicata regia di Mundruczó, che con un alternarsi di long take e montaggi dai ritmi più rapidi riesce a restituire una dolorosa dilatazione del dramma, facendo indugiare la macchina da presa là dove l’emotività raggiunge il suo picco e lasciando accadere i fatti davanti ai nostri occhi in tutta la loro crudezza, quasi sfidandoci a non distogliere lo sguardo. Un dolore che si staglia su una precisa e mai casuale palette cromatica, che va da un’iniziale calore casalingo a una fitta e fredda scala di grigi, i quali si riflettono tanto nell’acqua dell’Oceano Atlantico quanto nei legami dei personaggi che vi vivono accanto. Con questo film, il Festival di Venezia torna a dimostrare cura e lungimiranza, scommettendo su un film che è una vera e propria lezione di regia, ma soprattutto una dimostrazione di come l’arte possa farsi strumento di elaborazione del trauma vissuto in prima persona.

Chiara Ghidelli