Voto

8

È uscito giovedì 18 giugno per Dead Oceans il nuovo lavoro di Phoebe Bridgers: un’immersione nel mondo personale della giovane cantautrice californiana. Oscuro e ricercato nella scelta di suoni, l’album è un denso racconto di sguardi obliqui sulla realtà, cantati con l’ironia propria di chi finge che non gliene importi nulla. Il secondo disco dopo Stranger in the Alps (2017), preceduto dal lavoro con il Better Oblivion Community Center (2019) e dal progetto Boygenius con Julien Baker e Lucy Dacus (2019), oltre alla collaborazione con Fiona Apple e Matt Berninger (2019), è una svolta di maturità nel cantautorato della Bridgers, oggi vero e proprio punto di riferimento nella nuova generazione di artisti statunitensi.

Gli undici brani di Punisher sono dominati dall’atmosfera notturna presentata dall’intro DVD Menu, che precede due singoli opposti: Garden Song con la sua dimensione intimistica e la radiofonica Kyoto. In continua oscillazione tra ironia e tristezza, le liriche cantano situazioni osservate con occhio stralunato, come il commento a Eric Clapton in Moon Song (“We hate Tears in Heaven, but it’s sad that his baby died”). Il clima stregato di Halloween, uno degli spunti più affascinanti del disco, conduce il disco verso ambienti a metà fra il folk e l’oscuro pop di ICU e Graceland Too, rivelando l’ossessione delle ritmiche e la calda armonia delle linee di voce.

Punisher conferma l’intrigante personalità artistica di Phoebe Bridgers: non potrà ancora definirsi icona dark-pop, ma ci siamo quasi. L’interpretazione della dimensione intima tipicamente folk trova nelle liriche la curiosità di esplorare le zone d’ombra della mente, che sembrano prendere forma in un “paese delle meraviglie” a luci spente.

Riccardo Colombo