Voto

7.5

Manchester, 1819. Durante un comizio pacifico presso St. Peter’s Field per chiedere un governo più democratico e riforme politiche che migliorino la tragica condizione economica in cui versa il Paese, la folla viene dispersa dalla cavalleria provocando alcuni morti e tantissimi feriti. Ma a Leigh interessa ciò che ha preceduto questo massacro, al quale vengono infatti dedicati solo pochi dei 154 minuti di durata complessiva del film. Da una parte i ricchi e potenti, gli uomini di legge che decidono della sorte del popolo con crudeltà e qualche punta di sadismo; interpretati da attori marcatamente teatrali che a tratti sfociano in eccessi ridicoli. Dall’altra parte i poveri impotenti, disperati e affamati, che senza neanche sapere bene perché abboccano alle belle parole di chi si erge a loro portavoce ma, a ben vedere, è solo interessato a compiacere il proprio ego e mantenere lo status quo classista, incapace di trasformare i discorsi retorici in azione concreta.

In mancanza di una mediazione efficace tra vertice e base della società – che spetterebbe alla cultura, al giornalismo –  il flusso comunicativo tra le diverse classi sociali si inceppa, la parola si fa sterile – se non addirittura pericolosa – e la democrazia non può nascere né svilupparsi. Ed è qui che il film apre uno spiraglio verso l’attualità, verso quella politica populista di oggi che sfrutta la forza della retorica per manipolare, incitare, convincere e mira dritto alla pancia, minimizzando la rilevanza dei fatti. Leigh si concentra sulle premesse discorsive del massacro, sugli uomini che, solamente con le loro parole, hanno creato un contesto tale da arrivare a questa tragedia sanguinosa. Un’indagine antropologica condotta con una fedeltà storica ineccepibile, che funziona nelle scene statiche, giustapposte in una serie di tableaux, e delude invece nei momenti più dinamici, che risultano macchinosi e artificiosi.

Benedetta Pini