Voto

7

Quando è uscito il secondo singolo di Super, The Pop Kids, molti fan hanno accusato il navigatissimo duo di essersi impigrito e aver perso il magic touch nella scrittura melodica, adagiandosi nella bambagia luccicante delle produzioni del super-giovane Stuart Price (il cui repertorio di invenzioni, per quanto ammaliante, non è, in effetti, illimitato). Ma a queste critiche si potrebbe obiettare che molti dei brani più leggendari dei Pet Shop Boys si affidavano appena a un’unghia, a una briciola di melodia; infatti la ragion d’essere del tutto stava nell’esaltazione della peculiare estetica musicale dei Pop Kids in questione.

L’esempio più macroscopico è forse Paninaro, nella quale – nel bel mezzo dei demotivati mono/bisillabi di Chris Lowe – viene collocato con perfetta coerenza un frammento da un’intervista rilasciata dallo stesso tastierista Lowe nell’86: “I don’t like country and western. I don’t like rock music, I don’t like rockabilly or rock and roll particularly. I don’t like much, really, do I? But what I do like, I love passionately”. In The Pop Kids succede praticamente la stessa cosa. Facendo riferimento a un generico “noi” (un baldanzoso duo che si sia fatto strada negli anni ’90), lo sfacciato Neil Tennant si lascia andare a una dichiarazione che colpisce – come una freccia scagliata da Cupido – il cuore dei veneratori dei synth e dei loop più pomposi e artificiosi: “We were young but imagined / we were so sophisticated / telling everyone we knew that rock was overrated”. Un simile moto d’orgoglio da parte di un duo con una carriera così solida alle spalle è senz’altro giustificabile, e per un pethead (un fan oltranzista dei PSB) persino emozionante: è il sigillo a un giuramento siglato trent’anni fa e rispettato molto dignitosamente in decenni in cui Tennant e Lowe hanno declinato la loro “sofisticheria” in un numero di modi immane.

Quindi, la prima domanda che sorge a fronte delle succitate reazioni a caldo è questa: perché Paninaro sì e The Pop Kids no? Ci si potrebbe anche chiedere che senso abbia negare il diritto all’auto-celebrazione a chi se la merita. La risposta in questo caso è più ovvia: per evitare un morbo a cui anche i più grandi non sono immuni, cioè la troppa sicumera, l’esagerata self-confidence, insomma, la tentazione di dire: “Noi siamo i Pet Shop Boys, qualsiasi cosa faremo sarà sempre più intelligente di ogni parto di tutti quei pischelli e parvenu che si piccano di saper far ballare la gente!” È chiaro che Tennant e Lowe non partirebbero mai da questo presupposto per scrivere un album (anche se il titolo Super non fa pensare a due flagellanti con l’autostima sotto i piedi), ma è pur vero che questo disco non sembra immune alla demoniaca illusione che la propria impronta basti per consacrare delle uova sode, come faceva Piero Manzoni.

Già la partenza di Happiness, con quella strofetta country che lascia basiti, fa pensare a una presa in giro; ma i Pet Shop Boys non sono diventati burloni da un giorno all’altro (persino il terzultimo album Elysium, tra le tristezze varie, conteneva sberleffi come Ego Music), quindi uno scherzetto del genere lo si può accettare anche di buon grado. Con Groovy il gioco si fa ancora più rischioso, e i Pop Kids infilano prima l’alluce, poi la caviglia, poi la coscia nel mulinello irresistibile della tamarraggine. Eppure – mistero della fede! – riescono a non perdere la propria illustre identità. Ma il miracolo non può ripetersi all’infinito. Quando arrivano pezzi come Burn, ma soprattutto la glassata Say It To Me, può persino capitare di ritrovarsi a pensare: “Tu, guarda… Neil Tennant che si presta a cantare una canzone di Pinco Pallino!”, per quanto le sei mani dei Pet Shop Boys (includo anche quelle di Stuart Price) abbiano sempre un polso saldo.

Complessivamente, però, Super non dissipa l’eredità positiva di Electric, che a suo tempo aveva fatto chinare il capo a molti critici stupiti dal fatto che Tennant e Lowe potessero essere di nuovo così à la page. Pezzi come Pazzo!, Inner Sanctum e soprattutto Undertow sfoderano gli stessi assi; e di fronte alla coerenza non si può che tacere rispettosamente. Quando una band comincia a essere longeva, la tentazione più ghiotta è quella di fissare dei paletti per stabilire in che cosa consista la sua identità: qual è in quoziente di petshoppità di Super? Difficile a dirsi, benché non manchino brani che portano addosso un marchio inconfondibile come le immancabili voglie sui sederi dei figli dei re nelle fiabe. Uno di questi è The Dictator Decide, il momento in cui Neil Tennant dimostra – come da tradizione – il proprio valore di letterato e fine dicitore; ma ancor di più Twenty Something che, coi suoi passettini rapidissimi da formica, suscita un prurito danzereccio che si estende a tutto il corpo; e infine anche The Pop Kids, checché se ne sia detto.

Insomma: contrariamente a sospetti e cattivi pensieri estemporanei (ma non sempre ingiustificati), un’accusa che non si può assolutamente muovere ai Pet Shop Boys del 2016 è quella di essere diventati i falsari di se stessi.

Andrea Lohengrin Meroni