Voto

7

Vincitore del premio come Miglior regia al Festival di Cannes del 2016, Personal Shopper è l’ultima raffinatezza di Olivier Assayas. Un film essenzialmente bivalente, corrispettivo di una protagonista altrettanto ambigua. Kristen Stewart veste i panni di Maureen, una tuttofare alle dipendenze della star Kyra (Nora von Waldstätten), ma anche una medium come il fratello gemello, morto pochi mesi prima per una disfunzione cardiaca congenita dalla quale anche lei è affetta. Asessuata e tomboy, la Stewart è talmente carismatica da compensare le scarse doti tecniche di cui dispone, e si cala alla perfezione in questa duplice parte, a tratti da ghost story gotica, a tratti da thriller drammatico. Inserendosi con coerenza all’interno della filmografia di Assayas, Personal Shopper dichiara la propria duplicità anche nei confronti del precedente film del regista, Sils Maria, del quale risulta essere il gemello e la naturale evoluzione in chiave introversa e metafisica.

Altrettanto bifronte è lo stile di regia, che da sinuosi piani sequenza voyeuristici, steadycam e rotture della quarta parete passa a scene frazionate, inquadrature fisse e camera-car. La prima anima del film abbandona progressivamente il contrappunto materico e si fa pura astrazione, accettando come unico corpo quello di Maureen. La seconda, invece, segue il costante movimento di Maureen per trasporre sullo schermo la sua solitudine e il suo disorientamento nella società crossmediale contemporanea, che impedisce di creare legami concreti (comunica con il fidanzato via Skype, parla con Kyra esclusivamente al telefono, un misterioso stalker la tormenta tramite SMS e percepisce fantasmi solo tramite rumori) e porta alla dissoluzione di ogni valore tradizionalmente inteso.

Smarrita in un mondo alienato e straniante, memore del cinema di Kurosawa e di Bergman (Persona, Svezia 1966), Maureen è irresistibilmente attratta dalla sua unica spaventosa certezza, da ciò che non può avere e che non può essere, incarnata dalla sua datrice di lavoro Kyra: una “prima donna”, protagonista e femmina; contrappunto di una Maureen ectoplasmatica (merito anche della fisicità esile della Stewart). Ed è in questo frangente che Personal Shopper invoca lo sfavillio narcisistico di The Neon Demon (Nicolas Winding Refn, Francia/USA/Danimarca 2016), film altrettanto disturbante e spettrale. A Maureen, allora, non resta che cedere a questa terrificante bipolarità, in un climax feticistico di un piano sequenza che – insieme a quello di apertura – da solo vale il premio ricevuto allo scorso Festival di Cannes.

Benedetta Pini