Voto

8

Parlare di un musicista facendo un censimento di artisti che potrebbero averlo influenzato/suggestionato/traviato è un’abitudine fastidiosa e inelegante, ma per parlare di No Shape  di Perfume Genius è obbligatorio fare un nome (e infatti i magazine specializzati non hanno mancato di farlo): Kate Bush. Mike Hadreas sembra infatti essere stato contagiato dalla sua spiccata propensione per i brani “sformati”, dilatati, mormorati/alitati, apparentemente privi di eventi ma nei quali – magari – un perturbante stridio di archi fa correre un brivido freddo giù per la schiena dell’ascoltatore.

Nel caso dell’album di Hadreas/Perfume Genius, ciò si verifica in brani esitanti, volatili e indecifrabilmente perplessi come Go Ahead, Every Night, Die 4 You e Braid. Tutti questi pezzi congelano la vocazione al dramma (un dramma dalla pressione bassa, comunque) delle tracce più piene e veloci, vale a dire Choir, con le sue viole e violini paranoici, e la minacciosa Wreath, in cui dei raffinati orchestra hit calano come colpi di scure mentre la voce di Hadreas insegue se stessa in loop sfinenti.

Il brano in cui si raggiunge il vertice del katebushismo è però la notevole Sides, che ricorda le sperimentazioni più spericolate e bipolari contenute da Sensual World (per esempio Walk Straight Down The Middle). Infatti Sides è divisa in due atti dalla personalità diversa: un primo in cui a una chitarra gracchiante fa da eco un lezioso scampanio di pseudo-sonagli, un secondo in cui la sacerdotale Weyes Blood intona un’aria rarefatta sotto la quale si fanno notare i gorgheggi di Hadreas.

Per il resto però Perfume Genius rimane tanto misurato a livello sonoro quanto è spregiudicato a livello compositivo: non ricicla quasi mai le pose dionisiache che davano appeal alle tracce di maggior impatto di Too Bright e tiene sempre al guinzaglio le sue melodie (con un effetto peraltro magnifico in Alan, in cui ogni slancio vocale viene bloccato sul nascere). È anche molto parsimonioso con le esplosioni orchestrali in stile Arcade Fire, che infatti si godono un dorato esilio nel brano più generoso e debordante della tracklist, cioè il singolo Slip Away.

La staticità predomina sul movimento e l’avventura – come anticipato – è più immaginata in un lungo sogno ad occhi aperti che raffigurata dagli arrangiamenti. I momenti più affascinanti ed evocativi comunque sono quelli in cui il predominante senso di esitazione viene arricchito o con le fioriture della produzione di Alan Wyffels (come in Just Like Love) o con espedienti atti a creare un senso di quieta tensione (vedi Run Me Through), o comunque con intuizioni che impediscono al discorso di oltrepassare la soglia massima di frigidità, un inconveniente che anche la Maestra Bush sapeva scansare con invidiabile abilità.

Andrea Lohengrin Meroni