In breve: un viaggio surreale alla ricerca dell’umanità.

Nel teatro, come a volte nella vita, si viene ascoltati solo se si ha qualcosa da dire, preferibilmente se si ha da dire qualcosa di nuovo ed illuminante, raramente si è disposti ad accogliere con attenzione una storia di vita comune, banale se vogliamo, per il solo gusto della condivisione: si è sempre alla ricerca di contenuti mai sentiti, di novità curiose, abituati come siamo al consumo compulsivo di immagini, news, pettegolezzi, stimoli di ogni tipo. Solo di rado ci si ricorda di quanto sia prezioso uno scambio sincero, senza filtri, di quanto faccia bene allo spirito raccontare di sé a qualcuno che ha voglia di prestare attenzione ad una storia ordinaria, normale. Se questa semplice verità esiste all’interno di un’opera allora avviene la magia dell’Arte, interlocutore universale per chiunque desideri dedicarle attenzione: sicuramente questo è successo con lo spettacolo Quasi Niente della compagnia Deflorian/Tagliarini, nuova densissima creazione del duo italiano.  

Partendo dal film Il Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni Daria Deflorian e Antonio Tagliarini danno vita ad uno spettacolo prezioso nel quale coesistono un’atmosfera malinconicamente surreale e cinque personaggi crudamente veri che, con una coscienza teatrale estremamente contemporanea, si addentrano in lunghi monologhi autobiografici. L’espediente che li accomuna è una passione condivisa per il film di Antonioni del quale i protagonisti citano alcune scene come pretesto per raccontare il proprio universo interiore: la recitazione magistrale degli interpreti unita alla densità della drammaturgia generano un momento teatrale decisamente unico, durante il quale lo spettatore vive di sensazioni estremamente umane e tangibili, assimilabili al senso di unione e solidarietà che si prova dialogando con la persona di cui più ci si fida senza filtri e senza timore di rimanere scoperti.  Decisamente toccante inoltre la scelta di lasciare a ciascun interprete la libertà di raccontarsi nella maniera più accogliente e personale possibile: la più giovane dei cinque personaggi ad esempio canta la sua storia con voce sublime in ogni suo intervento, dettaglio dal gusto brechtiano che impreziosisce ulteriormente l’azione scenica. Le storie che questi personaggi raccontano non sono straordinarie, anzi, sono le storie delle loro vite normali, dei loro problemi normali, delle loro abitudini normali: la sensibilità dei due registi le ha tuttavia rese universali, come accadeva nei poemi elegiaci, donando loro quel fascino irresistibile che cattura mente e corpo di tutta la platea.

La ricerca della compagnia italiana Deflorian/Tagliarini da un decennio segue un percorso bene identificato, che dà voce a quei prototipi umani considerati ultimi, non degni di attenzione, deboli, svuotati dalla potenza schiacciante del mondo odierno. Questa peculiarità presente in tutti i loro progetti, in particolare in Quasi Niente, porta con sé un messaggio che la società sembra aver dimenticato: nel teatro, come nella vita, la ricerca della verità è essenziale all’essere umano perché si riappropri della consapevolezza del proprio io, della propria sfera emotiva, della propria spiritualità così come del proprio istinto carnale, in un’indagine in continua evoluzione verso la conoscenza della propria naturale, genuina umanità. 

Giada Vailati