Voto

7

Non era mai passato così tanto tempo tra un disco dei Pearl Jam e l’altro. Sono infatti passati sette anni dal loro ultimo album, Lightning Bolt (2013), e chi adesso pensava a una crisi di mezza età di Eddie Vedder e gli altri si dovrà ricredere. Gigaton è un disco intenso, che riprende i soliti ingredienti e la stessa ricetta ma sembra proporre un piatto nuovo: il risultato è un album in pieno stile Pearl Jam, energico, riflessivo ed equilibratamente rimato, a tratti acustico e a tratti rabbioso.

Il manifesto che dimostra il vero ritorno della band è l’ouverture Who Ever Said: “Who ever said it’s all been said/Gave up on satisfaction”. Vedder si accanisce contro lo status quo e in particolare contro l’odiato presidente Donald Trump, con la stessa energia dei tempi gloriosi di Ten. L’ostilità si traduce nell’immaginario evocato dalle tracce che seguono: il distopico viaggio per il mondo del singolo Quick Escape (“To find a place Trump hadn’t fucked up yet”), il paragone tra il nativo Toro Seduto (“Sitting bull”) e il poco amato presidente e l’esaustiva “Sitting Bullshit” (Seven O’Clock).

L’architettura del disco suggerisce un’alternanza di fasi: dalla verve energica delle prime battute (Superblood Halfmoon) a passaggi grunge anni Novanta (Take The Long Way), mentre i pezzi più riflessivi ed emotivamente intensi chiudono il disco. Gigaton rivela un lato molto umano della band di Seattle: uomini non più giovani che, con più consapevolezza e maturità, mantengono la stessa energia e la stessa voglia di fare musica dei tempi del loro primo concerto.

Questo album sprona a dire liberamente le cose come stanno, a esprimere ciò che si ha dentro: dalla rabbia contro chi detiene il potere alla frustrazione per il tempo che passa e non tornerà più, fino a riflessioni su una storia che è ancora tutta da scrivere. Con l’atmosfera di River Cross cala il sipario sul disco: “Share the light, won’t hold us down”.

Riccardo Colombo