Voto

7

Molti album usciti nel 2020 riflettono sull’attualità, complessa e dolorosa. Magic Mirror di Pearl Charles spezza questa routine, e come una macchina del tempo riporta l’ascoltatore indietro agli anni ’70, tra pedal steel guitars e melodie psichedeliche.

La giovane cantautrice apre il disco con Only For Tonight, brano disco-dance fortemente ispirato agli ABBA: una scelta che carica di good vibes e positività chiunque lo ascolti, riportando alla mente ricordi di quando si poteva andare a ballare e sentirsi completamente liberi in pista. Dietro questa leggerezza californiana che pervade la musica di Pearl Charles si celano tuttavia testi profondi e a tratti oscuri. Come in Imposter e Don’t Feel Like Myself, dove l’artista affronta il compito difficile di cercare se stessi in un mondo di luccichii abbaglianti e falsi dei che non si rivelano altro che specchietti per le allodole (“Guess I ran out of places to be/But I can’t go home any more”, Don’t Feel Like Myself).

Tra chitarre leggere e una voce che ricorda moltissimo i primi lavori di Carole King, Magic Mirror adotta questa stimolante dualità tra la sua placdità strumentale, in cui si riconosce l’influenza dei Fleetwood Mac, e l’introspezione delle lyrics di una ventenne intimorita dal futuro (“Sick and tired of being lost and misconstrued/My eyes are red, my heart is blue”, Magic Mirror). La mancanza di riferimenti all’attualità amplifica l’idea di essere entrati in una dimensione parallela ed onirica, dove è possibile perdersi e ritrovarsi di continuo.

Pearl Charles prende per mano l’ascoltatore, e tra pantaloni di velluto a zampa di elefante e fiori tra i capelli, lo culla e lo rincuora, riportandolo ad una semplicità (non è superficialità) spesso dimenticata o sottovalutata.

Giulia Tonci Russo