Voto

6

Abituato a dividere l’opinione pubblica riguardo ai suoi lavori, sempre permeabili a nuove influenze, Paul Weller aggiunge un nuovo tassello al corposo mosaico della sua carriera solista. On Sunset, il quindicesimo lavoro in studio del compositore londinese, non ne cambia l’essenza della scrittura: sempre fluida nel muoversi tra generi e sound diversi, anche se non sempre convincente nelle scelte e nella resa finale. Le tredici tracce di On Sunset alternano infatti momenti di grande spessore artistico a sorprese agrodolci che minano la completezza dell’album.

La differenza, questa volta, è l’apparentemente tranquillità d’animo raggiunta dall’artista. È nel l’esordio del singolo Village che Weller canta la sua serenità: “Not a single cloud in my eye, not a thing I’d change if I could. I’m happy here in my neighbourhood”, in mezzo ai riverberi di una strumentale classica. L’album suona disteso e più sorridente, anche se il lungo esordio Mirror Ball evolve continuamente, da rabbioso a pop, dopo un inizio onirico, ed è uno degli spunti più interessanti del disco, insieme alla ritmata More. A non convincere è piuttosto l’interpretazione soul (Earth Beat) e la patina di polvere che si intravede sopra alcune canzoni (Equanimity, Old Father Tyme): Weller sembra sentirsi più a suo agio in canzoni senza troppi fronzoli e più affini ai suoi trascorsi artistici (On Sunset, Ploughman).

Controverso, ma anche ricco di spunti, On Sunset divide il pubblico e segna un’altra tappa nell’instancabile carriera del musicista britannico. Non sempre sciolto nel coniugare il gusto retro agli arrangiamenti più moderni, Paul Weller dimostra comunque una vena artistica in continua evoluzione, che gli vale il titolo di una delle sue canzoni più celebri: The Changingman.

Riccardo Colombo