10 aprile del 1970: “Paul Quits The Beatles”, recita il titolo del Daily Mirror. Mentre il mondo intero piomba in uno stato di shock, i quattro ragazzi di Liverpool trovano finalmente una sorta di pace interiore. Se John Lennon ormai è in giro per il mondo con Yoko Ono, tra bed-in di protesta e concerti con la Plastic Ono Band e George Harrison è sempre più convinto di non riuscire più a condividere lo spazio con l’alone di grandezza che circondava i suoi più stimati compagni, McCartney, in gran segreto, è già impegnato a intervistare il proprio futuro.

Dopo poche settimane da quei giorni vorticosi, fatti di litigi continui e pensieri divergenti sulle aspirazioni e sugli orizzonti personali, si placa lo stress dovuto all’oppressione mediatica e Paul McCartney imbraccia chitarra, basso, batteria, pianoforte, organo e archi per registrare il suo primo disco solista (dopo l’album-soundtrack The Family Way, 1967), interamente in home recording – tra la sua casa di Londra e gli studi di Abbey Road –permettendo solo alla moglie Linda di fare parte del suo nuovo mondo, e facendole inserire qualche supporto vocale.

McCartney è un esordio di straordinario fascino, che raccoglie in tredici tracce tutto l’amore dell’autore per il suono lo-fi declinato al folk e la ricercatezza dei suoni che contraddistinguerà anche i suoi futuri lavori. E lo dimostra Junk con le sue atmosfere sognanti, accompagnata da voce, accordi di chitarra e percussioni leggere, riproposta successivamente nell’album in una versione strumentale (Singalong Junk) aggiungendo pianoforte e mellotron. L’artista non rifugge incursioni del proprio passato in Teddy Boy e Hot as Sun/Glasses: il primo, composto originariamente per i Beatles ma che era stato scartato a causa delle critiche di John Lennon, e il secondo, uno strumentale risalente (nella sua prima versione) ai primi Quarrymen del 1958.

A Linda, sua compagna e fidata spalla, McCartney dedica la ballad di apertura The Lovely Linda ed Every Night, un brano che racconta lo spaesamento successivo alla rottura con i Beatles e il senso di pace e salvezza ritrovati in lei. Il disco si chiude con il brano più rock di tutti, Maybe I’m Amazed, che brilla per la commistione perfetta tra le note di piano e gli accordi di chitarra. A distanza di cinquant’anni tondi, l’opera di debutto di Paul McCartney solista rimane incastonata nella storia della musica, avvolta dallo stesso fascino sublime di allora.

Gabriel Carlevale