Quante volte nel corso degli ultimi quattro o cinque anni avete letto la parola “capolavoro” associata a film, dischi, o qualsivoglia prodotto artistico che superasse la media? Tante, come fosse una componente da aggiungere sistematicamente all’opera per oggettivarne il valore. Se l’abuso di questa parola spesso ne ha scalfito l’importanza, non è peccato parlare di capolavoro o pietra miliare davanti a quelle opere che hanno segnato un profondo crinale tra quello che c’era prima e quanto è venuto dopo.

A metà degli anni ’70 Patti Smith è una quasi trentenne di Chicago che vive tra il Greenwich Village, la Factory e l’ambiente intellettuale di New York, trascinando con sé l’aura di poetessa maledetta. Gli anni di vita artistica e dissoluta esplodono fragorosamente quando l’incontro con John Cale accende la miccia per la nascita del suo primo album, Horses, pubblicato il 10 novembre di quarantuno anni fa, da allora una delle opere più importanti, coraggiose e ispiratrici (chiedere a Michael Stipe e David Byrne) del rock della seconda metà del ‘900. Grazie anche ad una band straordinaria, che passa da Lenny Kaye a Ivan Král (senza dimenticare le incursioni di Tom Verlaine), la “sacerdotessa del rock” inaugura un nuovo linguaggio, eludendo l’immaginario musicale femminile del passato e creando una perfetta unione tra la musica e la recitazione free form, essenziale per la drammaticità dei suoi testi. Patti Smith infatti consacra il manifesto perfetto del punk, a partire dall’iconico “Jesus died for somebody’s sins/But not mine” che rielabora Gloria dei Them di Van Morrison, aprendo con un recitativo su pochi accordi di piano per poi deflagrare in un vortice allucinogeno, climax inaspettati e voce dissacrante. Ma non basta: a seguire, con Redondo Beach resta fedele ai suoi testi malinconici, raccontando il suicidio di una giovane donna attraverso un’insolita veste reggae; nel mezzo, Kimberly e Break It Up scuotono il disco con un passo trascinante, dove non mancano echi dei Velvet Underground, new wave e le consuete liriche dissacranti, come in Free Money, che racconta il rapporto tra soldi e amore.

Birdland e la suite di Land: Horses / Land of a Thousand Dances / La Mer(de), rappresentano gli altri due apici dell’album: il primo, quasi improvvisato in studio, è ispirato ad un racconto di Peter Reich che la Smith rimaneggia in maniera spoglia tra onirismo e metafore alla William Blake, dove ad emergere è solamente la sua voce; diversamente Land vive di tre momenti che evolvono in un crescendo dal blues al punk, fino ad un sussurro finale che apre la strada alla chiusura solenne di Elegie. Il desolato stillicidio della vecchiaia che avanza, come direbbe Kerouac, non sembra quindi scalfire Horses che, dopo più di quarantacinque anni, rimane una pietra miliare del ‘900 musicale.

Gabriel Carlevale