Trovare un documentario d’arte che non provochi un’insostenibile sensazione di noia non è semplice. Nella maggior parte dei casi, ci si trova davanti all’immagine di un professore, spesso di età venerabile, che con un’intonazione monotona sciorina pillole di cultura su un tale artista o un tale movimento artistico senza fare assolutamente nulla per renderlo accessibile o appassionante. Anche dal punto di vista della composizione dell’immagine, questi prodotti rasentano il nulla cosmico: lunghi piani fissi, movimenti di camera impercettibili, e riprese ben poco ispirate. Ma non è sempre così. Proprio in Italia, prima della rivoluzione televisiva inglese dell’era Thatcher, sono state proposte soluzioni accattivanti per rinnovare il genere, dal punto di vista sia didattico che artistico.

Il primo è stato Luciano Emmer, regista cinematografico e televisione che nella sua lunga carriera ha realizzato una grande quantità di documentari d’arte sull’arte. La sua intuizione è stata quella di far entrare lo spettatore all’interno delle opere prese in analisi, ponendo in primo piano non il processo che ha portato alla sua realizzazione, quanto la narrazione degli eventi sociali, politici e culturali relativi all’opera e al periodo storico affrontato. Ed è con questo taglio che Emmer ci ha raccontato i grandi cicli affrescati della Cappella degli Scrovegni di Padova (Il dramma di Cristo, 1948 e Il Dramma di Cristo Narrato da Giotto, 1966), di San Francesco ad Arezzo (L’invenzione della croce, 1948) e di Michelangelo Buonarroti (La Sublime Fatica, 1966), in un’epoca dove la riproduzione delle immagini era assai limitata. Non solo Emmer realizza riprese statiche da manuale, ma utilizza a pieno gli strumenti specifici del linguaggio cinematografico per ottenere primi piani, piani sequenza, campi e controcampi delle opere. La scelta della fotografia in bianco e nero, inoltre, ci riporta alle atmosfere nel neorealismo italiano, che a sua volta deve molto all’arte rinascimentale toscana e veneta del Quattrocento. Come dichiarato dallo stesso Emmer, se Giotto avesse avuto la macchina da presa 600 anni fa, avrebbe anticipato Rossellini, Pasolini e tutti gli altri, senza bisogno dei pennelli.

Una poetica ben ragionata e studiata, che tuttavia non attecchì nella televisione pubblica italiano, dove la prassi era finalizzare la divulgazione artistica al mero insegnamento di nozioni, e null’altro. Da questa concezione nacque il documentario artistico che ben conosciamo, rappresentato per anni da figure titaniche come Federico Zeri, grandissimo quanto controverso conoscitore del settore, e Piero Angela, seguito dal figlio Alberto, che negli anni ha cercato di rinnovare senza successo una formula ormai destinata a morire. La vera rivoluzione nel documentario all’interno del sistema televisivo italiano venne portata da un outsider dell’ambito accademico, forte di un modo di vedere le cose squisitamente francofono: il gallerista Philippe Daverio. Il suo programma, Passepartout, sconquassò come una bomba il sistema incancrenito della divulgazione RAI, attraverso l’introduzione di un sistema produttivo nuovo che guarda all’estero reclamando allo stesso tempo una proprio indipendenza.

Come avviene nei migliori corsi universitari, lo spettatore viene colpito da una continua serie di suggestioni visive basate su analogie e differenze tra opere che si trovano all’interno di un unico contesto tematico e geografico. Ecco che Daverio introdusse i telespettatori a una visione fluida della storia dell’arte. Passepartout non si focalizzava infatti esclusivamente sui grandi maestri, ma prendeva in analisi anche gli autori minori e quegli argomenti particolari che si rilevano tuttavia vitali per comprendere veramente la cultura artistica di un determinato contesto storico. Per questo, accanto a episodi canonici dedicati ad artisti noti, si affiancavano puntate dedicate a temi poco battuti, come l’astrologia e i segni zodiacali, i cimiteri, i bagni pubblici e il design. La rivoluzione non fu solo tematica, ma anche comunicativa: vennero abbandonati i modi austeri e accademici dei grandi nomi della televisione e, adottando un tono ironico e prorompente, anticipò per certi versi la comunicazione dell’era dei social network. Pensate che fu proprio Daverio, molti anni prima dei meme, a eleggere il Gabibbo a figura essenziale della pop culture, rendendolo co-conduttore in un focus su Picasso e la città di Genova.

Quella intrapresa dal critico d’arte fu una battaglia votata alla missione di avvicinare a questo mondo respingente e per certi versi elitario un’ampia fetta di popolazione di curiosi e di possibili appassionati. Un intento che raggiunse la sua realizzazione ideale con la serie di episodi Notturno con il panettone. Ambientato a casa dello stesso Daverio, viene registrata la discussione post-cena tra i membri della troupe su un tema specifico, alla quale partecipano anche esponenti della scena culturale italiana. Fonici e operatori entrano ed escono continuamente dal campo, ricreando nello spettatore la sensazione di trovarsi a tavola con loro. Siamo decisamente lontani dalla figura del presentatore elegante e distaccato, che con i suoi modi freddi costruisce un muro fra sé e il pubblico. Dopo la prima stagione, mandata in onda nel 2001, Passepartout venne rinnovato per altre nove, fino al 2011, quando la RAI decise di cessarne la produzione. Di fatto, se escludiamo il breve excursus con Officina Daverio, così si concluse anche il rapporto tra la televisione di stato e il critico.

Per quanto apprezzato dal pubblico, il lavoro di dieci anni di Philippe Daverio non comportò alcuna modifica strutturale nel sistema produttivo televisivo. E, ancora oggi, la stessa RAI non fa nulla per valorizzare questo corpus di oltre 200 episodi: di questi, solo 12 sono disponibili su Raiplay. Il successo ottenuto di recente dal podcast del professore di storia Alessandro Barbero, che opera attraverso nuove piattaforme come Spotify e YouTube, conferma il rinnovato interesse da parte delle nuove generazioni nei confronti di una divulgazione culturale di qualità. E il recupero di Passepartout fa sicuramente parte di questo movimento, vi basta farvi un giro su YouTube.

Davide Rui