Voto

8

Bastano i primi accordi di Already Dead (Digital Only) per accorgersi che la fonte principale da cui i Parquet Courts attingono è il punk ovattato e contaminato dei Velvet Underground e dei Television, miscelato all’alternative noise dei Sonic Youth e all’indie rock degli Strokes. La band texana, però, questa volta sceglie di vestire i suoi modelli di una maggiore fruibilitàLa semplicità armonica dei brani, infatti, favorisce la costruzione di un’orecchiabile e strutturata patina melodica: la spontaneità tipica del punk, qui richiamata da suoni grezzi e dall’andamento cantilenante della voce, è solo la veste apparente di Human Performance.

L’ossatura dei brani è fatta di pochi accordi, una continua ripetizione del tema principale e perpetui riff di basso e di chitarra spesso avvolti da annebbianti atmosfere di distorsioni e riverberi (Dust) per ottenere melodie “a zig zag”.

Human Performance si apre con una miscela di chitarre elettrice e strumenti acustici (Already Dead (Digital Only)); prosegue con i toni aggressivi di Dust, i cui suoni distorti si risolvono in un rumore di clacson, rappresentando così la contrapposizione tra i tormenti del proprio microcosmo interiore e il disincanto della città. Seguono le melodie limpide di Steady On My Mind, che ricordano vagamente le dolci ballate dei Belle and Sebastian. A fare da intermediario tra i due estremi sono le efficaci hit Human Performance e One Man No City – per citarne alcune –, che riescono a ingraziarsi ogni tipo di ascoltatore.

Federica Romanò