Voto

7

Nato da un gruppo di appassionati cinefili con un progetto di crowdfunding durato tre anni per poi ricevere l’imprimatur di Netflix, Parigi è nostra è un film sospeso tra Terrence Malick e la flânerie della Nouvelle Vague.

Se l’intento degli autori era quello di raccontare la Parigi contemporanea e lo stato di costante tensione che si respirava e si respira ancora oggi tra piazze e boulevard, la struttura narrativa del film – che procede per strappi e ripetizioni, fino ad avvitarsi su se stessa come una spirale – si fa specchio di questa inquietudine. Il montaggio non consecutivo restituisce così un flusso di coscienza in cui le vicissitudini di Anna e Gregoire sembrano essere portati dal vento, dai moti interiori della protagonista, che la steadycam insegue implacabile per le vie della Ville Lumiere , mentre una voce fuori campo (in pieno stile Malick) riporta allo spettatore le sue parole spezzate sulla vita, l’amore e tutto il resto.

Anche la città – splendidamente fotografata da Elisabeth Vogler – diviene lo specchio di questo tormento interiore. Dal fondo asciutto del canale St. Denis a Place de la Republique, invasa dal memoriale degli attentati prima e dai fumogeni poi, l’attualità si fa metafora di un futuro incombente e spaventoso, come gli agenti in tenuta antisommossa che marciano minacciosi verso la macchina da presa. Così la narrativa spezzata e inquieta di Parigi diventa quella di una generazione che sa di non avere diritti sulla realtà in cui vive, ormai rassegnata al fatto – come afferma la protagonista – “che non cambierà il mondo.”

Francesco Cirica