Voto

9

Reduci dal discutibile boom di consensi (e biglietti staccati al botteghino) per Joker di Todd Phillips, ora è in ascesa di un altro trionfatore festivaliero: Parasite di Bong Joon-ho, Palma d’Oro allo scorso Festival di Cannes. Proprio in queste ore il film ha fissato un nuovo record di incassi negli USA per un’opera straniera e a livello mondiale sfiora i 90 milioni. Un successo decisamente meritato, perché a Parasite non manca nulla: messa in scena strepitosa, ambientazioni accuratissime – lo scenografo Lee Ha Jun ha superato se stesso nel realizzare i due set principali, una villa dall’architettura avanguardistica e un seminterrato lurido infestato dagli scarafaggi –, interpretazioni d’eccellenza – solida la collaborazione tra il regista e Kang-ho Song, uno dei volti iconici del cinema coreano – e, naturalmente, regia perfetta, precisa, senza alcuno sbaffo.

L’incontro tra la famiglia proletaria dei Kim e quelle ricca dei Park dà vita a un affresco sociale di incredibile pregnanza: da un lato lo strato più basso della società, quello che abita i seminterrati della periferia di Seoul, dall’altro lo strato più alto, quello dei ricchissimi, la cui esistenza ovattata è condotta al riparo dalla strada e dalla realtà del Paese, racchiusa in enormi ville con giardino straripanti di opulenza. “È tutto così metaforico” ripete più volte e con ragione il giovane Ki-woo: è tutto metaforico nella messa in scena di Joon-ho. L’odore che permea ineluttabile i corpi dei Kim è metafora di una condizione a cui non possono sfuggire, di una provenienza sociale che non possono ingannare con abiti e nomi nuovi, ed è metaforica anche la geografia della villa dei Park. Proprio attraverso la verticalità dei piani dell’abitazione, infatti, si snoda lo scontro di classe tematizzato dal film (contraltare dell’orizzontalità con cui invece erano scandite le diverse caste sociali in Snowpiercer, 2013).  

Si tratta di una rivoluzione di classe condotta dal basso attraverso l’arguzia, la falsificazione e la manipolazione, che permette ai Kim, grazie alla loro capacità mimetica, di insinuarsi nella dimensione casalinga e affettiva dei Park. Una rivendicazione proletaria che non passa per l’abbattimento dello strato più alto della società, bensì per la penetrazione di quello strato e il rimpiazzo dei suoi attanti. La struttura narrativa e la costruzione dei personaggi – in particolare dei Kim, cinici e senza scrupoli – distanziano consapevolmente lo spettatore da ciò che accade sullo schermo, lasciandolo immobile e impassibile di fronte al dramma che monta lentamente fino alla deflagrazione finale.

Da lasciare senza fiato il duplice epilogo di questo scontro sociale. Primo, il montaggio alternato accosta l’allagamento del seminterrato dei Park alla contemporanea lotta per la sopravvivenza dei coniugi Geun-sae nel bunker domestico: un annegamento metaforico e ambivalente che non lascia alcuna speranza ai poveri, destinati ad affogare nella melma da cui provengono. Secondo, lo scatto d’ira seguito al felice rallenty in primissimo piano di Mr. Park, che non riesce a trattenere il proprio classista disgusto olfattivo nemmeno in una situazione di caos estremo.

Giorgia Maestri