Voto

8

Direttamente da Venezia 76 approda su Netflix Panama Papers, o The Laundromat secondo il meno didascalico titolo originale, con cui Steven Soderbergh rilegge gli eventi che hanno condotto al grande scandalo finanziario del 2016. Si torna a parlare di soldi e di truffe (dopo la trilogia Ocean e La truffa dei Logan), ma questa volta in veste aggiornata e rivista: il bottino non è più fatto di valige piene zeppe di banconote, ma di crediti, titoli, azioni e società offshore, concetti astratti e più che mai intangibili. Oggi, infatti, il denaro è una questione di parole, di firme e di papers, e non ha più molto a che fare con caveux di casinò o incassi di corse automobilistiche.

Ma chi tiene il bandolo della matassa in questo labirinto capitalista di transazioni finanziarie? Due come Mossack e Fonseca, ad esempio, gli avvocati ai vertici dello studio protagonista del leak informatico alla base dello scandalo di Panama. Sono proprio due carismatici protagonisti (rispettivamente Gary Oldman con un affettato accento tedesco e Antonio Banderas) a presentare i fatti, rivolgendosi direttamente allo spettatore con modi didascalici che ricordano quelli dei personaggi di Adam McKay in La grande scommessa (2015). Gli intermezzi esplicativi dei due danno coerenza a una materia narrativa di per sé molto dispersiva, che inizia seguendo le vicende della sfortunata Ellen Martin (Maryl Streep) per poi divagare anche geograficamente in episodi parentetici e autoconclusivi, come l’inserto spionistico cinese o quello dell’adultero uomo d’affari colto in fragrante dalla figlia.

La dispersività generale, tuttavia, trova piena assoluzione ed efficacia nella sequenza finale e molto del film è racchiuso nel monologo di Maryl Streep mentre sveste i panni del suo personaggio e indossa i propri: la donna auspica una riforma radicale del sistema finanziario statunitense, esplicitando definitivamente la morale sottesa alla messa in scena.

Giorgia Maestri