Andata in scena dal 21 al 25 settembre 2021, l’ultima edizione dell’Orvieto Cinema Fest ha presentato 26 cortometraggi provenienti da tutto il mondo, vedendo trionfare Good German work di Jannis Alexander Kiefer come Best International, Freikörperkultur di Alba Zari come Best National e Nuvole passeggere di Stefano Cipani in Animation.

Tra tutti i titoli in programma, abbiamo scelto di raccontarvi le nove opere dei registi italiani.

Il Pesce Toro, Alberto Palmiero (2021)

Il pesce toro è una creatura marina inventata da Simone per tirare su di morale l’amico Valerio un pomeriggio al campetto di basket. Lo ha visto il giorno prima, al mare, mentre faceva il bagno tutto vestito perché non aveva con sé il costume; era un pesce mostruoso che ha dovuto uccidere, anche se pesava almeno cento chili, per proteggere gli altri bagnanti, e che ha infine mangiato. Valerio ride un po’ di questo traballante racconto, poi il fischio d’appello di una guardia giurata fa capire anche a noi il perché: i due sono carcerati che dividono il campo da basket durante l’ora d’aria e la cella nelle restanti 23. Rientrati in carcere, Simone va in bagno e dopo un po’ smette di rispondere a Valerio, che è costretto a sfondare la porta. L’etimologia della parola “scappare” deriva dalla cappa, cioè la veste, che viene idealmente lanciata via dal fuggitivo per correre più veloce. Ma nella sua fuga Simone i vestiti li tiene addosso… anche durante il bagno al mare, anche se il mare non può raggiungerlo, anche se forse l’unica evasione possibile è il suicidio. Il giovane regista Alberto Palmiero e i suoi attori Olmo De Marino e Matteo Paolillo non hanno paura della solitudine.

Li Paradisi, Manuel Marini (2020)

“Ho visto famiglie intere unirsi per la raccolta delle olive” cantava Battiato nella sua Zai saman. E questa stessa visione è al centro del corto Li paradisi di Manuel Marini. Ma la speranza di riunire nonna, madre (un’intensa Celeste Casciaro) e figlia in un ricongiungimento con la terra viene spazzata via dal batterio Xylella. Il film denuncia ciò che avviene ormai da troppi anni a moltissimi degli ulivi secolari, estirpati in tutto il sud Italia per colpa di questa malattia. Buone le intenzioni, fascinose e avvolgenti le inquadrature nodose degli alberi, ma lo stile generale risulta eccessivamente nostalgico, al limite del melò da fiction Rai.

La Tecnica, Clemente De Muro, Davide Mardegan (2020)

Due preadolescenti si incontrano in villeggiatura, uno è ospite dell’azienda agricola dei genitori dell’altro. Sullo sfondo di greggi di pecore e bagni al lago, va in scena il più classico degli sconvolgimenti tipici della pubertà: come sarà baciare una ragazza, c’è una tecnica per non arrivare impreparati? Ma la natura del paesaggio è sovrastata dalla “centrale geotermica di Larderello che consente alle comunità locali di utilizzare energia sostenibile per i loro prodotti”. Così chiosa il cortometraggio sul finire dei titoli di coda. Che gli sponsor siano necessari, che il MiBact non possa coprire il 100% delle opere d’interesse nazionale è chiaro. Che questo sia un momento di sofferenza per gli artisti, pure. Ma il duo registico composto da Clemente De Muro e Davide Mardegan non è nuovo alle pubblicità, e il rischio è che questo corto sia un po’ il pretesto per uno spottone all’Enel.

Atto di Dolore, Ilaria Pascazio (2021)

Anziché andare a messa, Fosca va al lago con un ragazzo. La sera cena a casa col padre, che le domanda come sia stata l’omelia della mattina. Fosca mente finché può, finché il padre non le rivela d’aver parlato col prete, che gli ha rivelato di non vederla in Chiesa già da svariate settimane. Fosca tenta di farsi perdonare, abbraccia il padre, lo avvinghia, gli chiede di punirla, ma invano. L’ultimo tentativo di redenzione la vede allora immolarsi al dio-padre, al padre-padrone, ustionandosi volontariamente petto e braccia con del latte bollente, compiendo un atto di dolore – “Ho meritato i tuoi castighi perché ho offeso te infinitamente buono e degno d’essere amato”. La regista Ilaria Pascazio descrive non solo un torbido legame padre/figlia (quest’ultima interpretata da un’ottima Giada Di Palma), ma la serpentina follia che è rasente alla religione.

Being My Mom, Jasmine Trinca (2020)

Se all’inizio de La ciociara il viaggio di Sophia Loren lontano dalla Capitale si svolgeva anche grazie all’aiuto della figlia adolescente, in Being my Mother è Alba Rohrwacher da sola a doversi faticosamente trascinare dietro una pesante valigia, data la tenerissima età della co-protagonista Maayane Conti. Ma l’idea di base di Jasmine Trinca – qui regista per la prima volta – non è quella di separarsi da Roma quanto di attraversarla, percorrerla e omaggiarla attraverso scorci di morettiana memoria (le mura di Porta Metronia, iconiche nella scena di Caro Diario in cui un impacciato Nanni Moretti incontra Jennifer Beals), visuali del Vaticano, panoramiche sul lungotevere. A sigillare questa visione ci pensa la canzone di Massimo Ranieri, Se bruciasse la città, che esplode a metà corto, quando è la valigia stessa che decide di fuggire alle leggi della fisica e della realtà. La madre rincorre la valigia, la bimba rincorre la madre e quando tutto sembra perduto è proprio il loro legame – mani tese, un abbraccio, poi lo scampato pericolo e l’acqua, simbolo del grembo che culla, contiene e protegge – che riemerge e ritorna vivido. Cos’è la valigia? Un uomo andato via (il padre)? L’aver abbandonato la propria casa? Non importa più se si è insieme.

Gioja22, Stefano De Felici (2021)

Il Tognazzi di Lizzani nel film La vita agra (1964) va a Milano perché vuole fare esplodere un grattacielo, simbolo dell’oppressione capitalista. Finirà per essere arruolato dall’azienda che odiava, e da intellettuale politicamente impegnato si trasformerà in pubblicitario, la cui unica velleità artistica è scrivere jingle per spot in TV. In GIOJA22 di Stefano De Felici il protagonista sembrerebbe avere simili intenti quando lo vediamo attraverso gli occhi di un passante (“è un matto, secondo me lo arrestano”) mentre si arrampica sull’ennesimo grattacielo milanese in costruzione. E losco sembra ancora durante i flashback, nei quali armeggia con vernice e alluminio: è una bomba quella che sta preparando? Spoiler: no! L’epilogo sarà ancora più amaro e annacquato del finale con Tognazzi, perché il proposito del nostro protagonista è sempre stato quello di apprendere sulla cima del mostro di cemento un enorme messaggio di pace (“STAY HUMAN”). Ma un attivismo del genere difficilmente scuoterà le fangose sedimenta dell’ingiustizia e del capitalismo.

Jihad Summer Camp, Luca Bedini (2021)

Durante quattro giornate dell’agosto del 1994, il Ministero dell’Interno chiede a una struttura polisportiva modenese di allestire e ospitare un campeggio per delle famiglie di origine musulmana. La Digos, allertata, affianca il presidente della struttura e non solo partecipa, in borghese, all’iniziativa, ma ne documenta ogni attimo con foto e registrazioni. I materiali ricavati vengono inviati all’attenzione della Questura di Roma (che non risponderà mai) e a organizzazioni internazionali atte al controllo del terrorismo. Poco tempo dopo, saranno gli americani a gestire la situazione di Modena, dividendo gli ospiti presenti in due categorie: “bastards” e “sons of a bitch”. Il cortometraggio di Luca Bedini, con un tono comico accentuato dalle musiche parodistiche che rimandano ora alla Pantera Rosa ora a Mr. Magoo, racconta i fatti attraverso le testimonianze in prima persona degli intervistati ormai anziani, che rivelano un contenuto sorprendente: in quella tranquilla polisportiva di provincia, tra un torneo di burraco e un campionato di biliardo, erano presenti tutti i maggiori esponenti, fondatori e pensatori, di Al Qaida. Solo dopo l’11 settembre quei filmati e quelle foto verranno ricercate, ma è troppo tardi: è tutto scomparso.

L’Incanto, Chiara Caterina (2021)

Ogni dettaglio del corto di Chiara Caterina è attentissimo, a partire dal titolo. L’incanto è per definizione ciò che è “più” che cantato, recitato, letto – in questo caso mostrato – è un mostrare con magia, con un che di misticismo, di cupezza e tetraggine. Attraverso la dissociazione tra immagini e audio, vengono presentate diverse linee narrative: stralci dell’intervista-confessione di Rosa Bazzi (strage di Erba), una lettura dei tarocchi (non è dato capire se reale o recitata), pezzi di dichiarazioni di Donatella Colasanti (la donna sopravvissuta al massacro del Circeo). Sullo sfondo, si susseguono immagini tra le più disparate (paesaggi rurali o antropici, maliosi interni di case disabitate da tempo, strade asfaltate percorse di notte), con un mascherino a conferire al corto un’estetica da vecchia, estinta pellicola Kodak. L’opera riflette sulle dinamiche del male nella sua forma più compiuta, cioè la morte, soprattutto se questa passa per atrocità, ferocia e orrore. È con le parole della Colasanti che lo spettatore deve in qualche modo immedesimarsi, quando l’intervistatore le domanda come si è sentita dovendo rivedere i suoi torturatori in Tribunale, lei risponde “Normale”, “Normale in che senso, indifferente?”, “Sì, indifferente”. Abbiamo un solo modo per non pensare al disumano, per sopravvivere, per non crollare sotto al peso del male, ed è l’oblio, l’alienazione.

Freikörperkultur, Alba Zari (2021)

Con uno stile a metà tra Robert Flaherty e Pietro Marcello, il corto di Alba Zari mostra l’alveo più intimo di una famiglia di naturalisti sulla Costa dei Barbari di Trieste. La nudità non è solo dei corpi, ma anche del linguaggio. La voce di Sandro Pivotti, in dialetto bisiaco (una lingua veneta con derivazioni friulane e slovene) domanda subito allo spettatore: “Ma cosa nasi?”, da intendere come una sorta di: “Di che t’impicci?”. Una richiesta di allontanamento che nasconde un invito alla rivelazione. Perché è attraverso le immagini di questi corpi, svelati e mostrati nella loro fattezza più vera – e senza mai cadere nell’erotizzazione – che veniamo accompagnati da un racconto in prima persona di chi vive senza pudori la libertà e il contatto con sé e con l’altro, nonché col mare e la natura tutta. Se le immagini sono commoventi, è il monologo, con un nonsoche di segreto ed enigmatico ma contemporaneamente interiore e collettivo, a esserlo forse ancora di più.

Alice Firriolo