1. You’ve Got Time

You’ve Got Time di Regina Spektor è l’intro sonora di Orange Is The New Black: la sua voce trasmette una sensazione tra la nostalgia di casa e la sofferenza cosmica tipica dell’adolescenza. Questa atmosfera pervade il modo in cui la serie mostra i suoi personaggi: persone forti ma al contempo fragili, destinate a rimanere per molto tempo in un luogo che non è la loro casa, ma consapevoli del fatto di non averne una neanche al di fuori. Una sensazione di disagio che, paradossalmente, piace.

2. È una prigione per i sensi di colpa

Piper Chapman è una giovane donna borghese con un passato oscuro alle spalle, un agnellino indifeso costretto a passare più di un anno tra le leonesse del carcere femminile di Litchfield. Taylor Schilling interpreta con maestria la classica donna di città che da un giorno all’altro si trova catapultata nel poco rassicurante universo-carcere. Ma “Pipe” nasconde demoni e ombre, pronti a salire a galla man mano che l’Odissea litchfieldiana prosegue, portandola a scontrarsi con personalità difficili e vecchie conoscenze che metteranno a rischio il suo matrimonio.

3. “C’è chi il pane lo serve e chi lo mangia”

Orange Is The New Black apre una finestra più che realistica sulla vita delle detenute di un carcere femminile ed emarginate della società. Tra sesso saffico e queen drama, ogni episodio spazia dalla storia della protagonista a intere sotto-trame incentrate sulle altre detenute e sui “secondini”. Le relazioni interpersonali nella prigione si basano sul rispetto e su una rigida gerarchia, che vige non solo tra le detenute, ma anche all’interno del sistema penitenziario. Razzismo, omofobia, droga e corruzione sono dietro l’angolo.

4. Un mondo a parte

Se siete cinici e insensibili fruitori di serie tv, Orange Is The New Black è la scelta giusta: vedrete persone fatte a brandelli, in senso lato. Ma preparate anche i fazzoletti, perché vi commuoverete per le vicende dei personaggi a cui inevitabilmente vi sarete affezionati. Jenji Kohan è riuscita a creare una serie che rappresenta con verosimiglianza la realtà, che come un secchio d’acqua fredda rivela quanto sia orribile la vita di una detenuta negli Stati Uniti d’America. La forza dell’operazione della Kohan è quella di evitare ogni banalità nel mostrare il lato umano di persone ritenute spazzatura dalla comunità e dalle stesse istituzioni che dovrebbero occuparsi del loro reinserimento nella società.

5. “Fottuti esseri umani” 

Fede, sessualità, sofferenza e solitudine sono le principali questioni che vengono analizzate e approfondite in relazione a ogni singolo personaggio della serie. Nulla viene lasciato al caso e lo stile di regia, noir e drammatico, porta lo spettatore in un mondo che non intrattiene alcun collegamento con quello esterno, un universo isolato da quello “reale”, del quale viene concesso solo qualche un assaggio attraverso i flashback dei personaggi. La messa in scena non scade mai nell’eccessiva violenza, anzi la drammaticità, viene spesso calcata al punto tale da sembrare commedia.

Filippo Fante