Voto

9

Come si può descrivere un gruppo che ha attraversato un’evoluzione stilistica tale da svincolarsi da un importante background e mostrare al pubblico una nuova, meravigliosa sfaccettatura della propria arte? Le parole non bastano. In casi come questo si può fare una sola cosa: abbandonarsi all’ascolto. Con Sorceress gli Opeth giungono al loro dodicesimo album, il terzo della loro svolta prog tanto apprezzata quanto osteggiata dalla loro consolidata fan base.

Se con Heritage (2011) il gruppo ha passato per la prima volta il confine tra lo stile delle origini e una nuova stagione di sperimentazione, direzione stilistica consolidatasi con Pale Communion (2014), Sorceress raggiunge il culmine assoluto della riscoperta libertà del genio di Mikael Akerfeldt. L’album è un’opera eclettica, magistralmente orchestrata sia a livello delle singole canzoni sia nell’insieme. Dal punto di vista tecnico, spiccano una maggiore attenzione alle chitarre, forse troppo trascurate in Pale Communion, e un maggiore impiego delle eccezionali doti di ciascuno dei membri del gruppo, che dimostrano grande abilità senza sfociare mai nel mero tecnicismo. I temi affrontati nei testi sono oscuri, come ci si aspetterebbe dagli Opeth: filo conduttore è il lato pericoloso e corruttore dell’amore, personificato della Sorceress, che lancia un incantesimo sull’uomo privandolo della ragione.

Il viaggio nell’album inizia con un meraviglioso preludio strumentale in pieno stile Opeth, Persephone, un dialogo tra chitarre arricchito man mano dagli altri strumenti e da una soffusa voce di donna (la Sorceress?). Seguono i singoli che in questi mesi hanno creato la giustificata attesa: Sorceress, The Wilde Flowers e Will o’ the Wisp. Il primo è una canzone molto dura, che presenta elementi di rottura inseriti ad hoc; il secondo è un brano molto complesso, con una singolare linea vocale; infine il terzo è una meravigliosa ballade dal sapore di libertà. Ogni brano riserva delle sorprese, come la brutale Chrysalis o la arabeggiante The Seventh Soujourn, all’insegna della creazione di qualcosa di mai sentito, di magicamente indefinibile.

Sorceress è un disco privo di compromessi e di sbavature, capace di saziare gli affamati di novità ma anche i nostalgici dei “vecchi Opeth”. Senza limitarsi alla tradizione metal nordica né a quella progressive, gli Opeth, ancora una volta, hanno saputo imporsi come uno dei migliori gruppi della scena rock e metal.

Leonardo Fumagalli

 

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