Voto

5.5

Nel centro di Amburgo scoppia una bomba e rimangono uccisi un uomo e un bambino: Nuri (Numan Acar) e Rocco (Rafael Santana). Sono il marito e il figlio di Katja (Diane Kruger), che da quel momento non trova pace. La macchina da presa di Fatih Akin indugia impietosa e avara di ellissi sul dolore di Katja, sui suoi pianti disperati, sulle vane scappatoie per sopravvivere a una sofferenza straziante. Ad appesantire ulteriormente il quadro entrano in scena i genitori e i suoceri di Katja, inverosimilmente privi di compassione alcuna nei confronti della donna, pronti a dimenticare il dolore della perdite per lanciare frecciatine taglienti verso di lei. Di contro, l’interpretazione della Kruger regge sia lo sguardo inesorabile della macchina da presa, sia la freddezza spietata dei parenti, sostanziando un personaggio che da solo regge l’intero film.

Diviso in tre atti che ricalcano senza originalità la struttura tipica dei prodotti televisivi tedeschi, il film abbandona l’indagine sul dolore della perdita e passa al registro del legal drama, applicato con tutto il suo carico di cliché, plot twist prevedibili e botta-risposta stantii. Individuati due sospettati, ha inizio il processo a loro carico: si tratta di due esponenti del NSU (Nationalsozialisticher Untergrund), responsabili di una serie di attacchi terroristici a fondo xenofobo compiuti in Germania nei primi Duemila. Ed è qui che Akin vuole andare a parare: l’altra faccia del terrorismo, quello bianco, nazista, convinto della supremazia della razza ariana, che continua a scorrere sotterraneo mentre tutti gridano al panico per gli attacchi dell’ISIS.

Ma è proprio in questa fase processuale che il film sprofonda in una rappresentazione manichea di buoni e cattivi (secondo la rigida e moralistica prospettiva del regista), tanto che l’avvocato difensore dei due presunti terroristi sembra il villain di un cinecomic. Se nella prima parte Akin era riuscito a schivare l’apologia delle vittime sporcando la fedina penale di Nuri (ex spacciatore di sostante stupefacenti ora completamente ripulito), nella seconda scivola invece in una netta e banalizzante polarizzazione ideologica

La terza e ultima parte è una riflessione sul concetto di vendetta e giustizia privata, nella quale Akin si lancia con le idee ben chiare: apprezzabile la limpidezza della sua posizione morale, meno il messaggio che vuole trasmettere, ormai superato in una società che agli attacchi terroristici risponde con segnali di pace e dialogo culturale.

Benedetta Pini