Voto

7.5

Nureyev – The White Crow indaga cinematograficamente l’arte della danza, scavando nella vita del più grande ballerino di tutti i tempi: Rudolf Khametovich Nureyev.  Il regista britannico, a differenza di quanto fatto in The invisibile Woman (Regno Unito, 2013), si ritaglia un piccolo ruolo di contorno – il maestro di danza Alexander Pushkin – e coordina una regia corpuscolare, che indugia col bianco e nero e vive nel respiro della guerra fredda

Escluso qualche intermezzo in cui la fitta presenza del montaggio sembra togliere spazio alla danza, per la quasi totalità del film la costruzione diegetica alternata su tre piani temporali gioca a ricorrere plasticamente il balletto e la sua contemporanea evoluzione nella mente di Nureyev (Oleg Ivenko). E sono subito chiari il segreto e il desiderio di Fiennes: The White Crow è animato dall’intenzione di miscelare il linguaggio cinematografico con quello della pittura e della danza, puntando a un paradossale linguaggio univoco. Chiaramente, l’obiettivo non viene raggiunto, ma basta l’intenzione a infondere alla pellicola un’intensità emotiva magnetica, spesso sconosciuta al cinema contemporaneo.

La volontà dell’attore e regista inglese non era quella di realizzare un biopic narrativamente fuori dagli schemi e dalla canonizzazione istituzionale – lo dimostra infatti una narrazione che si mantiene invece aderente ai fatti –, ma di fondere nell’elemento visivo più arti. Un obiettivo con cui la pellicola di Fiennes flirta solamente, puntando alla ricerca di qualcosa a metà tra paradossale e utopico. Come la danza.

Davide Spinelli