Voto

Nureyev – The White Crow scava nella vita del più grande ballerino di tutti i tempi: Rudolf Khametovich Nureyev.  Ralph Fiennes, a differenza di quanto fatto in The invisibile Woman (Regno Unito, 2013), si ritaglia un piccolo ruolo di contorno – il maestro di danza Alexander Pushkin – e coordina una regia corpuscolare, che indugia tra bianco e nero.

Escluso qualche intermezzo in cui la fitta presenza del montaggio è oppressiva, per la quasi totalità del film la costruzione narrativa alternata su tre piani temporali ricorrere il balletto e la sua contemporanea evoluzione nella mente di Nureyev (Oleg Ivenko). Il desiderio di Fiennes è chiaro: The White Crow è animato dall’intenzione di miscelare il linguaggio cinematografico con quello della pittura e della danza, puntando a un paradossale linguaggio univoco. L’obiettivo non è raggiunto, ma basta l’intenzione a infondere alla pellicola un’intensità emotiva magnetica, sconosciuta.

La volontà dell’attore e regista inglese non era quella di realizzare un biopic narrativamente fuori dagli schemi, ma di fondere nell’elemento visivo più arti. Un obiettivo con cui la pellicola di Fiennes flirta, puntando alla ricerca di qualcosa a metà tra paradossale e utopico.

Davide Spinelli