MUBI è una cineteca online dove guardare, scoprire e parlare di cinema d’autore proveniente da tutto il mondo. La selezione dei titoli è affidata a una redazione di esperti del settore, che si occupano di costruire un vero e proprio percorso museale cinematografico attraverso mezzi diversi: i film, che possono essere in Cartellone o a noleggio, il Feed, che mostra cosa guardano gli altri utenti, il Notebook con notizie, interviste, reportage, approfondimenti; e ancora, la Comunità, ovvero il social di MUBI integrato a tutti gli altri, i Focus, gli Speciali e le Retrospettive. Ogni giorno viene proposto un nuovo film, che resta visibile per un mese e viene poi sostituito da un altro, in una rotazione continua. Dal 20 maggio 2020, MUBI ha introdotto la sezione Videoteca: una libreria di centinaia di titoli a completa disposizione di tutti gli utenti.

Con aprile si conclude la stagione dei Festival Cinematografici più importanti al mondo, ed ecco che MUBI questo mese propone focus su alcuni degli autori candidati nelle varie categorie di premiazione – tra cui il norvegese Joachim Trier con la Trilogia di Oslo – e rassegne per riscoprire opere sommerse che difficilmente hanno trovato una distribuzione in Italia.

Mysterious Skin, Gregg Araki, Stati Uniti d’America, Paesi Bassi, 2004 (4 aprile)

La visione del regista statunitense Gregg Araki ha ridefinito l’estetica di fine anni ’90 e dato nuova vita al cinema LGBTIQ+ attraverso l’adesione al movimento rinominato “New Queer Cinema” – di cui fanno parte registi come Derek Jarman, prima della morte causata dal virus HIV, Gus Van Sant e Todd Haynes. Se film come The Doom Generation (1995) o Nowhere (1997) sono considerati oggi gioielli del cinema indipendente americano, il successivo Mysterious Skin, che nell’opera del regista segna il passaggio al nuovo millennio, prende le distanza dagli eccessi adolescenziali ed utilizza il racconto di formazione per investigare traumi legati alla sessualità, anticipando la tendenza — vicina al genere body horror — di raccontare gli ostacoli della crescita attraverso un simbolico elemento fantasy, che nel caso del film del 2004 si risolve nella metafora di un rapimento alieno.

Baci rubati, François Truffaut, Francia, 1968 (7 aprile)

Non è mai il momento sbagliato per (ri)guardare e (ri)vivere qualsiasi delle tappe dell’alter ego più famoso della storia del cinema, quello del regista francese François Truffaut interpretato dall’attore Jean-Pierre Léaud: Antoine Doinel. Scelto all’età di 14 anni per essere il protagonista de I quattrocento colpi (1959) – primo film del regista e manifesto della Nouvelle Vague -, il personaggio di Antoine Doinel è il protagonista di una saga composta da quattro lungometraggi e un corto, in cui per Baci rubati — disponibile su MUBI a partire dal 7 aprile —, segna il terzo capitolo. Il film rappresenta il primo spaccato dedicato alla maturità di Antoine: girato nel 1968 in pieno clima rivoluzionario, e dedicato al direttore della Cinémathèque Français Henri Langlois appena rimosso dalla carica, Baci rubati è una tappa fondamentale del viaggio di Doinel e un’opera imprescindibile per comprendere uno dei più grandi registi mai esistiti.

The Dog Who Wouldn’t Be Quiet, Ana Katz, Argentina, 2021 (11 aprile)

Tra le voci emergenti del nuovo cinema argentino è impossibile non citare la regista Ana Katz, che con il lungometraggio sperimentale The Dog Who Whouldn’t Be Quiet sembra incarnare le formulazioni del regista russo Andrej Tarkosvkij, secondo cui il fulcro dell’arte cinematografica risiede nel compito di “scolpire il tempo”. È proprio questa l’operazione messa in atto dalla regista del film, che in 73 minuti modella il flusso narrativo da una prospettiva del tutto innovativa e inaspettata, (de)costruendo progressivamente il protagonista Sebastian — interpretato da suo fratello — secondo uno sviluppo non consequenziale, trasformando le scene in una serie di vignette giustapposte, posizionate lungo una linea temporale non definita, costituite da immagini in cui drammatico e assurdo si incontrano all’interno di un racconto bizzarro quanto indimenticabile. 

White Building, Kavich Neang, Cambogia, Francia, Cina, Qatar, 2021 (13 aprile)

Selezionato per rappresentare la Cambogia nella categoria Miglior Film Straniero agli Oscar 2022, White Building, opera prima di Kavich Neang, racconta un evento autobiografico che ha segnato la vita del regista e di migliaia di altri abitanti del complesso di case popolari della capitale Phnom Penh, demolite nel 2017 per costruire palazzi destinati al ceto borghese. Creato negli anni ’60 con un progetto dell’architetto Vann Molvyan, il White Building aveva dato la possibilità a oltre 2000 abitanti di avere un tetto sotto cui vivere, in particolare ai superstiti del genocidio cambogiano condotto dai Khmer Rossi tra il 1975 e il 1979. Proprio in quel periodo, un gruppo di artisti occupò l’edificio, trasformandone una parte in una vera e propria residenza artistica: tra questi c’era anche il padre del regista, uno scultore. Lodato dalla critica e premiato alla 78esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, White Building è uno spaccato storico e allo stesso tempo un racconto di formazione estremamente delicato, che ritrae un paese che troppo spesso ha dimenticato la propria storia e non la tramanda alle nuove generazioni, tenute all’oscuro eppure unica risorsa efficace per determinarne il futuro del paese.

Songs for Drella, Edward Lachman, Stati Uniti d’America, 1990 (17 aprile)

È complicato, se non del tutto impossibile o persino inutile o sterile, provare ad afferrare l’essenza di un personaggio enigmatico e contraddittorio come Andy Warhol. Ma il successo della miniserie prodotta da Netflix The Andy Warhol Diaries (2021) dimostra la persistente curiosità nei confronti di questa figura così rivoluzionaria e lungimirante, che riuscì a leggere i mutamenti in atto negli anni ’60 e a prevedere con estrema lucidità i problemi e i tratti del prossimo futuro. In questo senso Songs for Drella, che documenta le riprese di un live dell’album dedicato a Warhol composto da Lou Reed e John Cale, è forse un modo più intimo e per restituire la personalità dell’artista – oltre a costituire un importante testamento storico e musicale. Girato dal regista e direttore della fotografia Ed Lachman tre anni dopo la scomparsa dell’artista di Pittsburgh, Songs for Drella fa entrare il pubblico direttamente nella vita di Warhol grazie alle testimonianze di due musicisti che con lui hanno condiviso gran parte del loro tempo: i due fondatori dei Velvet Underground, band nata proprio dagli ambienti della Silver Factory.

Uncle Howard, Aaron Brookner, Stati Uniti d’America, Regno Unito, 2016 (21 aprile)

Howard Brookner è solo uno tra i tanti artisti che, durante gli anni ’80, dovettero abbandonare la propria carriera a causa di un male sconosciuto e apparentemente inarrestabile: la sindrome da immunodeficienza acquisita, comunemente nota con l’acronimo AIDS. Morto a soli 35 anni, Brookner gravitata in quell’ambiente brulicante che era la New York di fine anni ’70, culla del cinema indipendente e di figure culturali seminali – basti pensare che nella troupe suo primo film, un documentario sul poeta della Beat Generation William Burroughs, erano presenti i suoi colleghi della New York University Tom DiCillo e Jim Jarmusch, molto tempo prima che diventassero personaggi di riferimento del cinema indie americano. Dopo il documentario, il suo primo film di narrazione, I maledetti di Broadway (1989), vedeva nel cast nomi come Matt Dillon e Madonna. Ora, a 25 anni dalla morte di Brookner, il nipote Aaron, all’epoca solo un bambino, decide di seguire le orme dello zio e re-immergersi nell’atmosfera vibrante della cultura newyorkese di fine anni ’70 per realizzare questo documentario.

Reprise, Joachim Trier, Norvegia, 2006 (24 aprile)

La persona peggiore del mondo è il film migliore del mondo”, così il regista Paul Thomas Anderson ha descritto il film di Joachim Trier candidato all’Oscar 2022 come Miglior film straniero. Ed è proprio grazie al successo di quest’ultimo film pluripremiato che MUBI ha deciso di rendere disponibile l’intera Trilogia di Oslo, trittico di cui La persona peggiore del mondo è il capitolo finale. In attesa di Oslo, 31st August (2011), secondo film della trilogia in arrivo su MUBI a maggio, la cineteca online distribuisce ad aprile Reprise, film che contiene in sé tutti i temi affrontati e analizzati dal regista nelle opere successive: la difficoltà dell’auto realizzazione, il senso di incertezza che caratterizza una generazione come quella dei Millennial – nata in un’epoca che non riconosce più, incastrata nel mutamento repentino dell’innovazione tecnologica -, la disperata ricerca della propria identità e il senso di impotenza davanti ai propri sogni che si scontrano con la realtà.

Arianna Caserta