MUBI è una cineteca online dove guardare, scoprire e parlare di cinema d’autore proveniente da tutto il mondo. La selezione dei titoli è affidata a una redazione di esperti del settore, che si occupano di costruire un vero e proprio percorso museale cinematografico attraverso i film (in Cartellone o a noleggio); il Feed, che mostra cosa guardano gli altri utenti; il Notebook con notizie, interviste, reportage, approfondimenti; la Comunità, ovvero il social di MUBI integrato a tutti gli altri; i Focus; gli Speciali; le Retrospettive. Ogni giorno viene proposto un nuovo film, che resta visibile per un mese e viene poi sostituito da un altro, in una rotazione continua. Dal 20 maggio 2020, MUBI ha introdotto la sezione Videoteca: una libreria di centinaia di titoli a completa disposizione di tutti gli utenti.

Questo mese è dedicato a cineasti e ai soggetti misfit, “fuori luogo”. Che si tratti di film realizzati da registi al di fuori del proprio paese di origine, come nel caso di Erich von Stroheim o Michael Haneke, che si trovano a coniugare la propria visione artistica a quella di un’industria cinematografica spesso non allineata a certe pulsioni artistiche, com’è avvenuto con la spaccatura tra cinema americano e cinema europeo negli anni Venti. Oppure che si tratti di film con protagonisti fuori dal tempo e dallo spazio, collocati in un ambiente alieno. O, ancora, personaggi che cercano di trovare disperatamente il proprio spazio nel mondo con mezzi diversi, come la filosofia, la cucina e il terrorismo.

Malmkrog, Cristi Puiu, Romania, 2020 (disponibile su MUBI dal 3 aprile)

Con l’arrivo del nuovo curatore Carlo Chatrian, nella Berlinale del 2020 è nata una nuova sezione, Inconters, che si inserisce in uno spazio già affollatissimo. Quello che contraddistingue questa parte del festival è la scelta di opere che in un modo o nell’altro rompono gli schemi di fruizione e creazione cinematografica avvicinandosi a una ricerca artistica più vicina alla curatela di Locarno. I vincitori assoluti dell’edizione 2020 sono stati il titanico The Works and Days (of Tayoko Shiojiri in the Shiotani Basin) di C.W. Winter e Anders Edström (2020) che non ha ancora trovato una distribuzione e Malmkrog di Cristi Puiu. Quest’ultimo sarà finalmente visibile sulla piattaforma MUBI che ne ha comprato i diritti di distribuzione nel nostro paese. Nonostante sia l’ultima opera di un regista che ha vinto in passato la sezione Un Certain Regard Award al festival di Cannes con La morte del signor Lazarescu difficilmente questo ultimo lavoro troverebbe spazio nel mondo distributivo nostrano. Malmkrog è, da un certo punto di vista, un film estremamente filosofico e poco “cinematografico” nel senso classico del termine mettendo in scena una lunga cena del primo Novecento durante la quale gli ospiti di diversa estrazione sociale e credo politico dibattono su temi che possono spaziare dall’attualità politica all’astrattismo. Il lungometraggio che supera le tre ore frammenta queste discussioni attraverso una divisione in capitoli in cui il punto di vista cambia costantemente insieme al registro visuale per approfondire il pensiero di ogni membro della tavolata. Come diversi critici hanno fatto notare, Malmkrog non è altro che una trasformazione radicale di un particolare tipo di lungometraggio filosofico che prende piede sulla scia delle opere realizzati da Éric Rohmer e in parte attualizzati e rimaneggiati negli anni novanta attraverso le controverse opere di Jean-Claude Brisseau.

Ramen Shop, Eric Khoo, Singapore, 2018 (disponibile su MUBI dal 22 aprile)

Premessa: Ramen Shop non è un film indimenticabile, e non brilla né per l’unicità tematica né per la messa in scena. È un melodramma famigliare in cui il cibo, specialmente la sua preparazione, svolge un ruolo essenziale. Di lungometraggi di questo tipo ne esistono parecchi e di migliori, come nel caso di Le ricette della signora Toku (2015) di Naomi Kawase o Tampopo (1985) di Jūzō Itami. Ma ciò che rende questo film rilevante è la sua premessa narrativa: un giovane cuoco giapponese di origini singaporiane alla morte del padre riscopre i diari della sua famiglia e decide di rinfoltire il legame perso con i parenti che si trovano al di là dell’oceano. La cucina svolge dunque non solo il ruolo di collante narrativo nella costruzione di un dramma familiare, ma anche di filo rosso tra due tradizioni culinarie differenti eppure per certi versi vicine. Come molti ragazzi di seconda generazione, il protagonista appare confuso circa la propria eredità culturale, incapace di rifiutare le tradizioni di un paese che non conosce per abbracciare quelle del paese che lo ha cresciuto. Rispetto ai numerosi melodrammi di produzione orientale che spesso si riducono a un’enorme soap opera, Ramen Shop ha qualcosa in più da raccontare, specialmente in un paese come il nostro, in cui la cultura culinaria e la tradizione gastronomica sono parte essenziale del tessuto sociale e culturale.

Brazil, Terry Gilliam, Regno Unito, 1985 (disponibile su MUBI dal 23 aprile)

Negli anni Ottanta il cinema distopico viene ridefinito da opere che ne hanno determinato l’immaginario visivo anche per gli anni a venire; basti pensare a Orwell 1984 (1984) di Michael Radford o all’adattamento di The Handmaid’s Tale diretto da Volker Schlöndorff nel 1990. Tra questi film primeggia il terzo (se escludiamo i lavori realizzati per i Monty Python) lungometraggio di Terry Gilliam: Brazil. Pur non essendo un fedele adattamento dell’opera di Orwell, ne ricalca i temi principali, rielaborando visivamente il contesto urbano attraverso una fervida immaginazione già emersa in lavori precedenti come I banditi del tempo (1981) e Jabberwocky (1977). La distopia del futuro di Gilliam si ricollega al brulicante contesto della modernità, assumendo toni kafkiani anche mediante riferimenti visivi che spaziano da Il Processo (1962) di Orson Welles a La Folla (1928) di King Vidor. La narrazione parla di come l’individuo nella società del futuro non riesca a conquistarsi una propria autonomia relazionale e lavorativa, incastrato come un piccolo ingranaggio all’interno di un sistema corrotto che non può essere fermato. Ma Brazil smonta la narrazione distopica tradizionale con happy ending, che prevede la figura di un prescelto destinato a far crollare il regime autoritario di turno: il sistema messo in scena da Gilliam è ormai talmente radicato in questo mondo fittizio da non lasciare spazio per un’alternativa. Fuor di metafora, la critica del regista si scaglia contro la società borghese inglese degli anni Ottanta, dominata da Margaret Thatcher che giustificava col suo eloquente slogan “There Is No Alternative” una serie di pesanti tagli al welfare pubblico legittimando una vasta privatizzazione massiva socialmente distruttiva.

Nénette, Nicolas Philibert, Francia, 2010 (disponibile su MUBI dal 26 aprile)

Nicolas Philibert è uno dei documentaristi europei più conosciuti in ambito internazionale, e lo è principalmente per i suoi film osservativi, spesso legati a comunità poco rappresentate dal circuito mainstream. Affrontando invece un soggetto che precedentemente aveva già affascinato i più grandi autori di non fiction, Nénette appare come una deviazione nella filmografia del regista. Il lungometraggio descrive infatti la quotidianità di un orangotango femmina di quarant’anni che ha vissuto gran parte della propria esistenza in cattività. Ma se Primate (1974) di Frederick Wiseman o Koko, le gorille qui parle (1978) di Barbet Schroeder si concentravano sull’analisi scientifica, soffermandosi sul modo in cui questi animali vengono mantenuti e curati dagli esperti, il film di Philibert preferisce focalizzarsi sulla protagonista Nénette: una vittima perché costretta all’isolamento a causa della progressiva scomparsa della sua specie, ma anche perché lontana dal proprio ambiente e relegata in una piccola cella costantemente visitata. Il discorso del regista indaga dunque il rapporto che si instaura tra la protagonista e i visitatori, connettendo le emozioni e le impressioni dei turisti a quelle di Nénette e a quelle del pubblico; per poi farci rendere conto che la felicità, la tristezza o la noia che pensiamo di carpire dalle espressioni dell’animale, alla fine, non sono altro che percezioni plasmate nella nostra mente sulla base delle sensazione che ci trasmette chi la visita. Ne emerge una costruzione emotiva a scatole cinesi che amplia il campo d’indagine del documentario e costringe il pubblico a mettere in discussione il modo in cui prova emozioni ed empatizza di fronte alla realtà e alla sua rappresentazione cinematografica.

Foolish Wives, Erich von Stroheim, Stati Uniti d’America, 1922 (disponibile su MUBI dal 27 aprile)

Spesso, quando si parla della Hollywood classica, tendiamo a pensare alla produzione che appena precede o segue la Seconda Guerra Mondiale, film che, pur ospitando grandi attori e registi, rimangono vincolati alle maglie della censura autoimposta dai produttori per via del Codice Hayes. Ma non è sempre stato così: il cinema americano degli anni Venti godeva di una libertà decisamente maggiore, e per questo può stupirci con i lungometraggi di autori come King Vidor, Pál Fejös ed Erich von Stroheim. Proprio quest’ultimo si impone sul mercato statunitense grazie a film di grande successo commerciale e diventa uno dei registi più ambiti dalle case di produzione, seguendo una che esemplifica tutti quei cambiamenti che scuotevano l’industria cinematografica all’epoca. Foolish Wives è un lungometraggio ambizioso incentrato sulla lussuria e il gioco d’azzardo di Montecarlo, pensato da Stroheim per durare otto ore e mezzo divise in due serate. A queste ambizioni narrative si aggiungono la costruzione di un set faraonico e le richieste economicamente folli del regista che rischiano di far vacillare l’intero progetto, a cui si aggiunge la morte improvvisa di uno degli attori protagonisti. La complessa storia di amore e tradimento che coinvolge un barone, le sue figlie e un ingenuo protagonista in cerca di fortuna si trova così minata dai buchi lasciati dalle scene mancanti, che verranno girate grazie a un sosia. Ma la sfortuna non finisce qui: proprio mentre l’Universal sta preparando la campagna pubblicitaria, incentrata proprio sugli aspetti più controversi del film per attirare l’attenzione del pubblico, scoppia lo scandalo Fatty Arbuckle. Il violento stupro dell’attrice Fox Virginia Rappe lacera l’opinione pubblica americana, provocando una violenta spinta moralizzatrice che cambierà per sempre il mondo produttivo delle major, che spaventate dalla possibile instaurazione di una censura di stato ne adottano una interna, subdola e mai manifesta. Foolish Wives viene così tagliato a due ore di metraggio, e questo film sarà solo l’inizio della fine per Stroheim, che pochi anni dopo vedrà Rapacità (1924) venire ridotto a 140 minuti dalle sette ore montate.

Storie, Michael Haneke, Francia, 2000 (disponibile su MUBI dal 28 aprile)

Il cinema di Michael Haneke è sempre stato caratterizzato da una grande attenzione per la comunicazione e le sue possibili deformazioni. I due film precedenti a Storie ne sono un esempio lampante: 71 frammenti di una cronologia del caso (1994) è un susseguirsi di sequenze narrative apparentemente sconnesse e criptiche che imitano la fruizione dello zapping televisivo, andando nel loro insieme a formare un quadro unico e complesso; mentre nel celebre Funny Games (1997) il regista gioca direttamente con lo spettatore abbattendo la quarta parete, obbligando il pubblico a ragionare sul proprio rapporto con la violenza mediata da un mezzo artistico. Storie si inserisce in questa direzione concentrandosi sui codici del linguaggio e su come una semplice conversazione o un semplice gesto possano provocare eventi inaspettati. Gli esempi che vengono presentati sono molteplici: da dialoghi tra personaggi che parlando lingue diverse, fino a comunicazioni tramite la lingua dei segni. Per certi versi, l’attenzione che viene posta sul caso e sulle conseguenze del linguaggio e dei gesti può richiamare l’opera di Krzysztof Kieślowski, in particolare Destino Cieco (1987) o il Decalogo (1989). Ma se l’autore polacco preferiva indagare le infinite possibilità di sviluppo di una storia circoscritta, in questo caso Haneke prende in esame come un singolo evento (una lite in metropolitana) possa cambiare per sempre le vite di personaggi disparati.

Meshes of the Afternoon, Maya Deren, Stati Uniti d’America (Videoteca)

Meshes of the Afternoon è una pietra miliare della storia del cinema sperimentale globale. Opera prima della cineasta Maya Deren, fu realizzata con mezzi poveri, estremamente lontani da quelli che potremmo definire professionali, ma furono proprio queste difficoltà tecniche a permettere la costruzione dell’ambiente surreale e claustrofobico che caratterizza il cortometraggio. Partendo dal prodotto industriale hollywoodiano per eccellenza (il noir prebellico), il film ne smembra la struttura pezzo dopo pezzo, per poi usarla come punto di partenza per una riflessione sulla psiche e le percezioni sensoriali stimolate dal medium cinematografico, un viaggio allegorico disorientante fondato sui non detti. L’uso dell’immagine in movimento come innesco di un percorso quasi ritualistico diventerà una delle caratteristiche fondamentali dell’ultimo cinema della regista, quando si recherà nei paesi caraibici per documentare la vita quotidiana delle popolazioni e i riti mistici e religiosi locali. Nonostante la paternità dell’opera sia contesa tra Maya Deren e l’allora marito Alexander Hammid, Meshes of the Afternoon rimane un punto di partenza stilistico ed estetico fondamentale per il neonato cinema sperimentale americano dell’epoca, che si svilupperà da queste radici europee acquisendo presto un’identità completamente autonoma, da cui nasceranno talenti quali Stan Brakhage e Jonas Mekas.

La bocca del lupo, Pietro Marcello, Italia, 2009 (Videoteca)

Prima di essere un regista di opere di finzione Pietro Marcello è stato un grande documentarista, e lo dimostra il suo ultimo lavoro, Per Lucio (2021), presentato all’ultima edizione della Berlinale e ora disponibile su MUBI all’interno di un focus dedicato al cinema italiano. Ne La bocca del lupo il regista si sposta dalla bellezza perduta campana al capoluogo ligure, raccontato attraverso la vicenda umana di un detenuto rimesso in libertà dopo anni di prigionia. Il materiale girato si unisce a quello di repertorio, andando a creare un ecosistema visivo unico composto da rimandi visivi e osservazione della realtà. Nonostante il rischio di cadere nell’exploitation affrontando temi così delicati e allo stesso tempo molto battuti da un cinema che asseconda le emozioni più viscerali del pubblico, Marcello riesce a smarcarsi da questa narrazione, restituendo una storia umana e universale attraverso la scelta di allontanarsi dai soggetti per concentrarsi invece sugli istanti di realtà, sovrapposti a materiali d’archivio per innescare collegamenti ipotattici tra finzione e quotidianità. Se in Martin Eden (2019) il racconto sfruttava immagini di repertorio per ampliare la potenza scenica del film, qui avviene il contrario: è grazie all’invenzione cinematografica che possiamo conoscere meglio chi viene filmato.

Davide Rui