MUBI è una cineteca online dove guardare, scoprire e parlare di cinema d’autore proveniente da tutto il mondo. La selezione dei titoli è affidata a una redazione di esperti del settore, che si occupano di costruire un vero e proprio percorso museale cinematografico attraverso i film (in Cartellone o a noleggio); il Feed, che mostra cosa guardano gli altri utenti; il Notebook con notizie, interviste, reportage, approfondimenti; la Comunità, ovvero il social di MUBI integrato a tutti gli altri; i Focus; gli Speciali; le Retrospettive. Fondato nel 2007, è disponibile in Italia dal 2013 e in altri 200 paesi. Ogni giorno viene proposto un nuovo film, che resta visibile per un mese e viene poi sostituito da un altro, in una rotazione continua. Dal 20 maggio 2020, MUBI ha introdotto la sezione Videoteca: una libreria di centinaia di titoli a completa disposizione di tutti gli utenti.

Orientarsi in questo database sterminato non è facile, così ogni mese vi consigliamo una lista di titoli selezionati dalla nostra redazione. Con la malinconia della fine dell’estate e del ritorno alla “vita vera” di settembre, abbiamo selezionato 6 film che riflettono sull’espressività del corpo umano, sul concetto di movimento e sull’inesorabile decadimento psicofisico, che sia dovuto alla depressione, alla malattia o alla vecchiaia.

Strasbourg 1518, Jonathan Glazer, Regno Unito, 2020 (13 settembre)

Dopo The Fall, MUBI propone un altro cortometraggio realizzato da Jonathan Glazer per la BBC non appena si era conclusa la quarantena. Strasbourg 1518 è l’ennesimo tassello della filmografia del regista che riflette sui fattori che inducono nel nostro inconscio la paura e lo sconforto. A differenza dell’indeterminatezza spazio-temporale di The Fall, qui viene sfruttato come punto di partenza un evento storico ancora avvolto nel mistero: l’epidemia da ballo verificatasi a Strasburgo nel 1518, quando centinaia di persone iniziarono a ballare senza un motivo apparente per giorni, senza mai fermarsi. Ma non si trattava di un invasamento religioso, in quanto gli sventurati partecipanti imploravano di essere salvati e quasi tutti morirono per affaticamento o attacco cardiaco. La storia viene rielaborata dal regista attraverso la messa in scena di danze sfrenate e senza un ritmo apparente, trasposte nella contemporaneità. Il movimento del corpo, inteso come piena espressione del proprio io, assume un significato liberatorio ed esoterico. Come per le Menadi delle Baccanti di Euripide, anche per i personaggi del film è questo l’unico mezzo per accedere a una dimensione “altra”, alienata rispetto alla realtà da cui si sente il bisogno di evadere.

Solo Dio Perdona, Nicolas Winding Refn, Danimarca, 2013 (18 settembre)

Nicolas Winding Refn non è stato mai un regista particolarmente interessato a soddisfare le esigenze del pubblico mainstream: nella trilogia di Pusher (1996) si smarca dalla narrazione lineare, mentre in Valhalla Rising (2009) riduce al minimo i dialoghi per mettere in scena un’Odissea del dolore, fino al successo planetario di Drive (2011). Solo Dio Perdona venne dunque accolto freddamente: un film in cui il cinema d’azione orientale incontra il neo-noir occidentale, l’ermetismo la tragedia greca, dando vita a una revenge story di eccezionale complessità. Una catena di vendette che coinvolgono la malavita e la polizia corrotta, sullo sfondo di una Bangkok al neon che ha perduto per sempre la sua innocenza, un labirinto inestricabile in cui il significato di bene e male si fa sempre più nebuloso. Al centro, però, non ci sono gli sviluppi narrativi, ma l’approfondimento dell’animo del protagonista, divorato dai dubbi, dai conflitti etici e dalle incertezze.

Isadora’s Children, Damien Manivel, Francia, 2019 (19 settembre)

La performer Isadora Duncan è stata una delle pioniere della danza moderna, della rottura dalla tradizione accademica per un’apertura verso la libera espressività del corpo e del movimento. Il suo spirito permea il lungometraggio, diviso in tre parti con altrettante protagonista diverse: una misteriosa ragazza che trascorre le giornate studiando le coreografie di Isadora, un’insegnante che aiuta una ragazzina affetta dalla sindrome di Down a preparare un saggio di danza e un’anziana spettatrice che si commuove guardando uno spettacolo. La danza è un’arte che permette la piena espressione del corpo e che garantisce anche a chi soffre di mettersi in gioco ribaltando la propria condizione. I movimenti e il ritmo della danza sostituiscono i dialoghi, lasciando spazio a lunghi silenzi in cui Manivel si sofferma sui dettagli visivi, sulla ripetizione di gesti essenziali e sui micro movimenti dei corpi dei personaggi.

Salon Kitty, Tinto Brass, Italia, 1976 (21 settembre)

Tinto Brass viene spesso ignorato nello studio del cinema italiano, e ancora oggi aleggia attorno a lui un’atmosfera controversa, che continua a far discutere chi considera il suo sguardo liberatorio e chi oggettificante. Negli anni Settanta il suo cinema ha raggiunto la massima espressione, con opere come Salon Kitty (1976) e Caligola (1979), influenzando il cinema successivo del genere, sia d’autore che popolare. Come afferma lo studioso Robert Dassanowsky in The Third Reich as Bordello and Pig Sty: Between Critical Neodecadence and Hyperbole of Degeneration in Tinto Brass’ Salon Kitty, Salon Kitty segna l’atto conclusivo dell’estetica Neodecadente – rappresentato da film come La Caduta degli Dei (1969) di Visconti, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pasolini e Il Portiere di Notte (1974) di Liliana Cavani – che di lì a poco verrà rimpiazzato dalla Nazisploitation. Sviluppato nel secondo dopoguerra, in un ambiente cinematografico che cercava di elaborare i recenti totalitarismi, Salon Kitty sfrutta le infinite potenzialità del connubio sesso e potere, attirando l’attenzione anche dei produttori di film d’exploitation. Il lungometraggio di Brass si posiziona tra questi due filoni esteticamente agli antipodi, e ne risulta un film estremamente potente nel rievocare l’assurdità di un recente periodo storico in cui la politica e il sesso erano uniti nella folle politica dittatoriale; un’opera lontana tanto dalla raffinatezza de Il conformista (1970) di Bertolucci quanto dalla grossolaneria di Ilsa la belva delle SS (1975) di Don Edmonds.

Buddies, Arthur J. Bressan Jr, USA, 1985 (29 settembre)

Realizzò il primo lungometraggio sulla pandemia di HIV/AIDS, Buddies (1985), con cinque anni di anticipo rispetto alla controparte hollywoodiana, dove le Mayor non avevano il coraggio di affrontare un tema considerato scomodo in un paese ancora ancorato a forti radici religiose e che definiva il virus “il cancro dei gay”. La sua carriera, però, proseguì nell’underground, tra cinema pornografico omoerotico e documentari di grande valore storico, come Gay USA (1978), rimanendo dunque sconosciuto al grande pubblico. Come molti altri artisti degli anni Ottanta, il suo interesse era quello di mostrare in maniera genuina e onesta, senza alcun pietismo, la malattia, raccontando gli ultimi momento di un malato, ormai abbandonato da tutti e stigmatizzato dalla società. La stessa malattia su cui voleva sensibilizzare il mondo e di cui voleva parlare senza tabù lo uccise nel 1987, a soli due anni dall’uscita di Buddies.

Sorrisi di una notte d’estate, Ingmar Bergman, Svezia, 1955 (Videoteca)

Bergman è conosciuto principalmente per il pessimismo e l’esistenzialismo dei suoi lavori più conosciuti, come Persona, Sussurri e Grida e la Trilogia del Silenzio di Dio, ma il regista può contare anche su una produzione leggera, in certi casi persino comica, come la trasposizione cinematografica del Flauto Magico o A proposito di tutte queste… signore, in cui quegli temi stessi temi vengono declinati attraverso le lenti agrodolci della commedia e del melodramma. Sorrisi di una notte d’estate è l’apice di questo filone, e mette in scena una sagace riflessione sul concetto di amore e monogamia. I personaggi di questa farsa tragicomica si muovono in un mondo magico e sospeso, che per certi versi tornerà in altri lavori successi, come L’occhio del diavolo o Fanny & Alexander.

Davide Rui