MUBI è una cineteca online dove guardare, scoprire e parlare di cinema d’autore proveniente da tutto il mondo. La selezione dei titoli è affidata a una redazione di esperti del settore, che si occupano di costruire un vero e proprio percorso museale cinematografico attraverso i film (in Cartellone o a noleggio); il Feed, che mostra cosa guardano gli altri utenti; il Notebook con notizie, interviste, reportage, approfondimenti; la Comunità, ovvero il social di MUBI integrato a tutti gli altri; i Focus; gli Speciali; le Retrospettive. Fondato nel 2007, è disponibile in Italia dal 2013 e in altri 200 paesi. Ogni giorno viene proposto un nuovo film, che resta visibile per un mese e viene poi sostituito da un altro, in una rotazione continua. Dal 20 maggio 2020, MUBI ha introdotto la sezione Videoteca: una libreria di centinaia di titoli a completa disposizione di tutti gli utenti.

Negli ultimi mesi la piattaforma sta puntando sulle opere italiane, soprattutto quelle di genere, poco conosciute o ingiustamente snobbate, come Gatto Nero, Il medaglione insanguinato e Il grande cocomero, per citarne alcune. A legare le nuove uscite di ottobre è il tema della rivoluzione e della rottura dei canoni, che si concretizza in un’inversione dei codici del linguaggio cinematografico tanto nel cinema d’autore quanto in quello di genere.

Terrore nello Spazio, Mario Bava, Italia, 1965 (11 ottobre)

Mario Bava è il maestro del terrore del cinema italiano, che con le sue opere, in un modo o dell’altro, ha influenzato generazioni e generazioni di autori horror. Il suo apporto personale ha rivoluzionato il genere non solo per via del suo stile registico barocco, in contrasto con il lascito neorealista, ma per l’intuizione di ibridare o ribaltare i generi cinematografici esistenti. Terrore nello Spazio costituisce l’apice artistico di Bava, che forte del successo di Sei donne per l’assassino (1964) e La ragazza che sapeva troppo (1962), con cui ha fissato i canoni del giallo italiano, decide di lavorare a un adattamento cinematografico low budget del racconto fantascientifico Una notte di 21 ore. Le ristrettezze economiche costringono il regista a lavorare solo nei teatri di posa, che Bava riesce a rendere espressivi e misteriosi tramite un uso abile della fotografia acquisito nella sua esperienza come DOP. Il film si discosta nettamente dalla fantascienza dell’epoca, ibridando il genere con il ritmo teso degli horror. La sua singolarità gli permette di ottenere un successo internazionale (tranne in Italia), diventando un cult del genere. Molte delle idee visive e concettuali di Terrore nello spazio saranno citate dai registi successivi che si cimenteranno nell’horror fantascientifico, come Ridley Scott in Alien (1979).

Cosa avete fatto a Solange?, Massimo Dallamano, Italia, 1972 (13 ottobre)

Nome poco noto tra gli autori di cinema di genere italiano, Dallamano seppe unire nei suoi film le tensioni politiche e sociali dell’epoca con le tensioni erotiche e violente delle sue narrazioni. Per questo attirò l’attenzione della censuram che si accanì pesantemente su film come Venere in Pelliccia (1966), il cui fallimento allontanò il regista dal cinema autoriale, portandolo a concentrarsi sul genere. Questo cambio di rotta non privò le sue opere successive, principalmente gialli o poliziotteschi, di riferimenti politici ed erotici, come nel caso di Cosa avete fatto a Solange?. Il film si muove sul solco della tradizione codificata da Dario Argento: un protagonista ingiustamente accusato, una catena di delitti, un’indagine del protagonista indipendente dalla polizia e un’omicida bardata (figura coniata in Sei donne per l’assassino di Mario Bava). Ma a rendere interessante la pellicola è la riflessione politico-sociale sulla sottocultura giovanile britannica figlia del Sessantotto, decisa a guadagnarsi la propria libertà individuale e sessuale, in contrapposizione alla grigia morale delle istituzioni.

Baxter, Vera Baxter, Marguerite Duras, Francia, 1977 (25 ottobre)

Dopo India Song (1975), continua la riscoperta condotta da MUBI del corpus della cineasta francese Marguerite Duras. Baxter, Vera Baxter è tratto da un romanzo inedito scritto dalla regista stessa, ovvero una disamina quasi analitica del matrimonio straziante della protagonista col marito. Venduta da lui per ripagare dei debiti, lei si ritrova a dialogare nella sua villa con vista mare insieme a una donna misteriosa, ricostruendo quella che fin da subito appare come una relazione tossica, manipolatoria e abusiva. I ricordi affiorano dalle stanze della casa, che come una capsula del tempo ha trattenuto sensazioni, momenti e sentimenti creduti persi. Giocando con il cinema sperimentale e il genere, Duras costruisce un’impalcatura complessa tutta incentrata sul difficile rapporto tra nostalgia, memoria e ricordi. L’affiorare del passato permette alla donna di elaborarlo, conquistando quella liberazione sessuale che fino a quel momento era rimasta solo una pulsione inespressa e quell’emancipazioe emotiva che finalmente le fa vedere la villa per ciò che è: una prigione.

La notte dei morti viventi, George A. Romero, USA, 1968 (31 ottobre)

Uno dei migliori esordi della storia del cinema, La notte dei morti viventi mette subito in chiaro l’abilità di Romero, che con pochi mezzi e un cast di attori alle prime armi incide indelebilmente l’immaginario collettivo. Parte del fascino del film risiede proprio nella povertà della produzione, che dona all’opera un’intrigante e orrorifica atmosfera camp. La realtà al di fuori della casa di campagna in cui si muovo i personaggi viene eliminata quasi del tutto, e al suo interno prende forma un microcosmo in cui si ripresentano, in scala ridotta, le stesse problematiche della società contemporanea, su tutte l’intolleranza razziale – ancora oggi irrisolta in America.

The Terrorizers, Edward Yang, Taiwan, 1986 (Videoteca)

Negli anni Ottanta l’industria cinematografica di Taiwan subì un tracollo che mise in discussione l’intero settore su scala nazionale. Come in ogni momento di crisi, anche all’epoca emersero nuovi artisti, come Edward Yang e Hou Hsiao-hsien, che guardarono al cinema modernista europeo di Antonioni e Akerman per infondere nuova linfa vitale all’industria nazionale. The Terrorizers ben riassume le principali tendenze di questa nuova onda espressiva: un intreccio complesso in cui i personaggi devono fare i conti con una città dinamica, che sta abbandonando progressivamente la tradizione in favore di una modernità cieca e senza limiti. Il film potrebbe infatti essere inserito in una trilogia immaginaria insieme a Taipei Story (1985) e A Bright Summer Day (1991), dai quali però The Terrorizers si differenzia per la presenza di scene oniriche all’interno di un contesto invece naturalistico, tramite le quali elaborare l’ansia sociale ed emotiva che deriva alla dinamicità della metropoli, che poco a poco cancella la singolarità dell’individuo.

Comizi d’amore, Pierpaolo Pasolini, Italia, 1964 (Videoteca)

Il cinéma vérité è stata una delle forme più sfruttate, e abusate, nel cinema documentaristico degli anni Sessanta dopo il grande successo di Cronaca di un’estate (1961) di Jean Rouch. Si tratta di una tecnica cinematografica che cerca di eliminare il più possibile la componente di finzione scenica sempre presente anche nella non-fiction, con l’ambizione di limitarsi a registrare la realtà così come appare. Tra gli esempi più riusciti di questo filone si inserisce Comizi d’Amore, diretto da Pierpaolo Pasolini durante la produzione di Vangelo Secondo Matteo (1964). Armato di camera e microfono, il regista scandaglia tutta la penisola, da nord a sud, intervistando decine di italiani di tutte le età, provenienze ed estrazione sociale riguardo alla sessualità, intimitendoli per via del mezzo ma senza mai giudicarli, accogliendo anche le opinioni più bigotte e barbariche. È come se Pasolini guardasse agli intervistati con affetto: sono il prodotto di una società arretrata, che solo col Sessantotto farà esplodere le pulsioni latenti ma soffocate dalla vergogna, o dall’ignoranza. Il cinéma vérité, con la sua realtà facilmente manipolabile, verrà spazzato via dalla rivoluzione documentaristica apportata sul finire degli anni Sessanta da Frederick Wiseman, con titoli come Titicut Follies (1967) e High School (1968).

Davide Rui