Voto

8

A metà degli anni ’60 Pier Paolo Pasolini e il produttore Alfredo Bini girano un film rivoluzionario, un documentario sulle opinioni, le tradizioni e, più in generale, sulle modalità con cui l’italiano medio affrontava il tema della sessualità e dell’amore. Ed è proprio sul modello di Comizi d’amore del 1965 che Adele Tulli costruisce la propria riflessione, tutta contemporanea, circa le abitudini di certa “italietta”, scostandosi poi dalla versione di Pasolini per inoltrarsi nell’attualità più recente.

Se non si considerano il montaggio e il contributo sonoro, il film sembra farsi completamente da sé: niente sceneggiatura né attori professionisti, non ci sono talking heads né tagli a effetto, nemmeno l’ombra di un dialogo costruito, nessun accenno editoriale; solo un ampio parterre di comparse, uomini e donne, bambini e adolescenti, ripresi nelle loro attività quotidiane. Le inquadrature fisse rispecchiano l’apoliticità della scelta cinematografica, che si concretizza in un racconto fatto di mattoncini di dimensioni diverse, un accrochage di frammenti godibili e intensi.

Una bimba coraggiosa si fa bucare le orecchie, un bimbo audace soddisfa il proprio padre vincendo il podio della corsa in moto, giovani adolescenti si strappano i capelli in adorazione di un altrettanto giovane youtuber e tutti, ragazze e ragazzi, si preparano alla loro esperienza amorosa nelle rispettive sfere, ognuno a modo suo. Sebbene si nasconda molto abilmente tra addii al nubilato e feste in riva al mare, quel coacervo di superficialità e banalità è sotto gli occhi di tutti, nelle sembianze di un fratello, di un’amica, di un figlio o, banalmente, nelle nostre.

La scelta di limitarsi a una registrazione della realtà che scorre permette alla regista di assumere un punto di vista distaccato rispetto alle situazioni vissute dai soggetti filmati, che subiscono invece pesanti giudizi di valore da parte della società. Cos’è normale? Ciò che è naturale o ciò che è regolare e tradizionale? Normal si aggrappa disperatamente alla realtà in chiave sovvertiva, sferrando un calcio violento alla morale, mentre stravolge il senso di sicurezza e di protezione di coloro che, ciechi, guadano le rive di un fiume grigiastro e inquinato.

Agnese Lovecchio