Voto

8

Clea Duvall è una giovane regista lesbica che ha deciso di avventurarsi nel più eteronormativo dei generi cinematografici: i cinepanettoni natalizi. L’ambizione era quella di appropriarsi dei cliché canonici del genere per sviluppare una storia tutto sommato tipica del filone (un’impervia vicenda d’amore soggetta alla retorica del Natale), senza che sfociasse in una grottesca caricatura del tipico polpettone melenso che ci viene ripresentato da decenni. E ci è riuscita perfettamente, realizzando una piccola chicca consigliabile sia agli appassionati dei classici film di Natale, sia a chi rifugge come la peste da Mamma ho perso l’aereo & co.

Se per il genere in cui si inserisce la storia risulta innovativa, non lo è nella cultura LGBTQ+. Abby (Kristen Stewart) è un’introversa dottoranda orfana che convive con la propria compagna, Harper (Mackenzie Davis), che la invita a passare il Natale con i propri parenti per non lasciarla sola durante il periodo delle feste. Abby vorrebbe cogliere l’occasione per chiederla in sposa al padre, ma i suoi piani devono cambiare quando Harper le rivela di essersi inventata tutto riguardo al suo coming out in famiglia: la credono ancora felicemente eterosessuale. La relazione subisce quindi una battuta d’arresto, e Abby è persino cosretta a fingersi eterosessuale, seguendo la farsa allestita da una Harper famelica di approvazione familiare che le appare completamente diversa, quasi irriconoscibile.

È su queste note che si innestano una sfilza di plot twist e gag sviluppati con intelligenza, anche se impiantati su una serie di cliché LGBTQ+, ad esempio quando John (Daniel Levy), l’amico di Abby – una lesbica che nello spettro delle lesbiche sarebbe definibile come tomboy -, le chiede se i suoceri avessero mai visto una lesbica, dato che era difficile non rendersi conto che lei lo fosse per via della sua estetica decisamente poco vicina ai canoni eterosessuali. Al contempo, il film riesce a trattare con delicatezza e ironia tematiche che fanno parte del vissuto quotidiano LGBTQ+, riuscendo così comunicare che, tutto sommato, basterebbe solo aprire gli occhi per capire che cosa prova una persona omosessuale discriminata, anche partendo dal un vissuto personale diverso. Il tema cardine del film è infatti la soffocante finzione di facciata creata all’unico scopo di compiacere il prossimo e avere la sua approvazione, in questo caso inscenata non solo da Harper, ma anche dalle sue sorelle, che prosciugano ogni attimo delle proprie vite per compiacere gli standard impossibili dei genitori e conquistarne l’amore.

Appropriandosi di un genere dove di norma i personaggi LGBTQ+ sono macchiette basate su disgustosi stereotipi comici di vecchio stampo, Duvall fa breccia nella narrativa natalizia, mettendovi al centro una vicenda arcobaleno. Fare in modo che queste storie diventino il tema principale e non drammatico di generi cinematografici poco impegnati è essenziale per liberarle dalla gabbia dei film di autore, spesso monotematici e di nicchia, ampliandone l’audience e di conseguenza contribuendo a normalizzarle. La storia LGBTQ+ non è più solo quella straziante dell’ultimo capolavoro francese circolato tra festival indipendenti, o una sottotrama comica di qualche opera mainstream, ma diventa una favola d’amore simile a tante altre,

Gloria Venegoni