Voto

6

L’odio intrappola. Si diffonde senza trovare ostacoli tra chi è sopito dalle paure, fino a diventare malattia, virus. L’odio si trasmette da persona a persona. Dal genitore alla prole. Non odiare sembra impossibile quando hai davanti un uomo che ti odia, con una svastica tatuata sul petto. Quella neonazista è una simbologia potente, come quella millenaria della comunità ebraica, e riattiva uno strato profondo della coscienza collettiva, consapevole della propria mostruosità; un passato nero che permette di aprire gli occhi, rispondere e cambiare, davanti a un razzismo mai assopito. Questo in Italia si chiama fascismo, e ammanta ancora di un’ombra la scomoda identità collettiva italiana.

I neonazisti della località triestina sono un mix di desiderio di potenza, controllo e libertà, ragazzini che giocano a boxe e bevono birra; teste rasate, bomber scuri, anfibi. Luka Zunic, unica vera rivelazione del film, si trova a interpretare con enorme passione il ruolo di uno di questi giovani naziskin, delineati però in maniera superficiale e piatta. I personaggi sono infatti privati di indagine psicologica, e i pochissimi dialoghi ne mostrano implicitamente alcuni lati interiori, instaurando un rapporto dialettico con la scenografia e i lunghi silenzi. E chi è il protagonista? Non sappiamo nulla di lui, Simone, oltre all’improvviso segreto che lo lega al padre dei ragazzi e al proprio padre; un padre deportato, il cui ricordo oscilla tra la ferocia e la malattia mentale. Simone risulta così definito principalmente dal rapporto perduto col padre. Ma è davvero così? L’odio passa di padre in figlio? O ci sono altri motivi? La risposta sta nella psicologia e nelle storie individuali, che il film sceglie di non indagare.

I dialoghi quotidiani e più lontani dall’estremismo riescono a esprimere quella perversa paura dell’altro, dello sconosciuto. La paura che crea l’odio. L’afroamericano seduto sul posto del pullman vicino al tuo; la colf romena, che prende meno soldi ma in nero; gli zingari, gli immigrati, i senzatetto. Cosa alimenta determinati timori, paure, distacchi? Un razzismo ben più sottile e sospeso dell’estremismo politico, che passa di bocca in bocca, comprese quelle di chi si professa tollerante e inclusivo, trasformando ognuno in vittima e carnefice. Questa è la contraddizione che ci uccide, e che Mancini dichiara a Venezia: “Spero che, vendendolo, gli spettatori si pongano delle domande sull’intolleranza e non siano più indifferenti quando incrociano un episodio di razzismo”. Anche Alessandro Gassmann si è interrogato sul rapporto etico col proprio personaggio: “Cosa avrei fatto io nei suoi panni? Salvare o meno un uomo che crede giusto abbattere, o addirittura uccidere, le minoranze? Io l’avrei salvato. […] Chi la pensa in modo diverso da noi non deve essere considerato un nemico da abbattere ma un avversario con cui dialogare per capire dove nascono le sue idee”.

Pietro Bonanomi