Presentato all’ultimo Biografilm Festival di Bologna, L’alfabeto di Peter Greenaway è l’occasione per indagare più a fondo la personalità dell’eclettico regista gallese e per confrontarsi con una tematica quantomai attuale, quella del “cinema d’autore”. Come annunciato nell’incipit dal voice over della moglie di Greenaway Saskia Boddeke (regista del docufilm), “Peter è un’avanguardista, uno scrittore, un pittore, un regista”; una poliedricità di talento e ispirazione che è plasticamente congelata nella sua (ormai) folta filmografia e resa altrettanto bene dalla scelta della moglie di fare incursione nella mente del marito servendosi del suo stesso stile multimediale e innovatore. È cosi che, nel dialogo tra Peter e la figlia Zoë, ci inoltriamo alla scoperta dell’alfabeto biografico di Greenaway.

Nell’iniziale “A come Amsterdam”, che trasporta il pubblico all’interno del Rijksmuseum della capitale olandese, c’è già il motto che determina l’approccio del regista: “Art is life and life is art”. Greenaway è infatti un artista figurativo, un pittore (grande amante del Tiepolo e del Veronese), e concepisce il cinema come uno stadio artistico che non può prescindere della rappresentazione pittorica: “Il film non dev’essere un testo illustrato, ma una serie di immagini con senso”. La sua impronta autoriale si manifesta in una contaminazione perpetua – aspetto chiave nella logica delle installazioni d’arte contemporanea – e in una consapevole compenetrazione tra la settima arte e discipline apparentemente lontane; basti pensare al tema ornitologico (che raccoglie l’eredità del padre) ed entomologico. O, ancora, alle ossessioni alfabetiche e numerologiche che sono anche alla base del documentario e di alcuni lavori di Greenaway, come H is for House (UK, 1973), Atomic Bombs on the Planet Earth (UK, 2011) e Giochi dell’acqua (UK/Paesi Bassi, 1988):

Considerato da Greenaway scevro di idee e ideali affini alla sua sensibilità, il panorama contemporaneo diventa esclusivamente funzionale alla possibile rielaborazione e/o stravolgimento di opere preesisenti. Il suo cinema è infatti altamente iconografico: sbiadisce l’interesse verso l’intreccio diegetico in favore di un costruzione estetizzata dell’immagine, che si impone come vero fulcro del film, avviluppandolo a un linguaggio prettamente simbolico ed evocativo. La tecnica con cui sono strutturati i tagli delle inquadrature diventa allora l’essenza ultima del cinema di Greenaway: ogni particolare, come in quadro fiammingo, è portato in primo piano e ben a fuoco, cosicché possa acquistare tutta la carica espressiva che il campo (spesso molto lungo) dell’inquadratura conferisce.

Il messaggio che Greenaway lascia alla figlia è chirurgico: “Non lasciamo il cinema ai narratori di storie”, ma torniamo agli albori dell’arte umana, sfruttiamo i suoi elementi archetipici sulla base di una vera e propria enciclopedia figurativa. Questa la sfida (rischiosa) che l’artista gallese presenta da tempo al mondo del cinema contemporaneo, rimasta spesso non ascoltata o ottusamente ignorata: superare i più grandi limiti del linguaggio cinematografico (la trama, gli attori e la macchina da presa) e lavorare verso una sperimentazione basata sull’immediatezza e sullo stupore della componente visiva, non narrativa; solo così ha senso parlare di “cinema d’autore”. Come racconta in un’intervista del 2017 a “Quinlan” in occasione del Biografilm Festival: “Mi dà tuttora una grande eccitazione toccare immediatamente la materia, lavorare come fa un pittore – considerando l’esercizio della pittura come un qualcosa di solitario in cui prevale la soggettività di un unico autore –; questo si avvicina con il concetto di autorialità cinematografica, un concetto che tuttavia nel cinema mainstream non esiste perché la soggettività del singolo non è più individuabile. Si crea così tutto un vocabolario con tutta una serie di discipline nel tentativo di elaborare il concetto che le forme d’arte possano combinarsi e abbinarsi con un’iniezione di energia che possa dare vita a una forma di cinema”.

Davide Spinelli