Voto

7

Lo sport come metafora della crescita personale e del superamento dei pregiudizi non è certo una novità nel panorama cinematografico contemporaneo. Aveva davvero senso, allora, produrre l’ennesima pellicola del genere? In un 2018 che sembra uscito da un libro di George Orwell, intavolare un discorso capace di affrontare seriamente il tema della diversità sembra impossibile: è molto più facile assumere un atteggiamento superficiale piuttosto che sfidare tabù tristemente insormontabili e parlarne apertamente.

Non ci resta che vincere(adattamento italiano poco riuscito del titolo originale spagnolo Campeones) non solo parla della disabilità, ma lo fa in modo divertente e leggero. Il regista Javier Fesser osa consapevolmente e centra l’obiettivo: creare una commedia che faccia riflettere e ridere allo stesso tempo. Se la trama è scontata – un vice-allenatore di un’importante squadra spagnola di basket riscopre la passione per lo sport allenando un gruppo di disabili – non lo è il modo in cui viene declinata. 

Un film brillante, che rappresenta i disabili non come le solite macchiette pensate a tavolino per suscitare tenerezza, come un gruppo eterogeneo di persone con diversi gradi di difficoltà e sfumature, che sanno tenere testa a modo loro al cosiddetto normodotato.  E fanno ridere non perché presi in giro dal narratore onniscente, ma perché sono divertenti e, cosa più importante, si divertono.

Marco Montes (Javier Gutiérrez) è il prototipo dell’uomo medio, pieno di pregiudizi dettati dall’ignoranza; un uomo in carriera bloccato lungo la corsa da un inconveniente che lo riporta con i piedi per terra e gli dà l’occasione di vedere le cose da un’angolatura diversa. Ed è proprio lo sport la chiave di volta: incanala le emozioni e le indirizza verso un obiettivo comune, quello di fare squadra e di fornire una valvola di sfogo.

“Noi dobbiamo vincere ma non dobbiamo umiliarli”. Il rispetto, un rispetto profondo e delicato, pervade tutto il film e non lo lascia scadere mai nel facile melodramma, costringendo anzi lo spettatore ad affrontare la medesima parabola ascendente del protagonista

Giorgia Sdei