Voto

4

Non ci resta che il crimine è lo specchio della società in cui viviamo, preda di una crisi identitaria che si concretizza nell’incapacità di esprimere idee e opinioni capaci di andare oltre la superficie delle cose.

Tornano sul grande schermo per l’ennesima volta gli anni ’80, pronti a ricordarci che, effettivamente, non se ne esce vivi. Il film altro non è che un’opera d’intrattenimento, neanche particolarmente felice, una distrazione lunga 102 minuti che lascia a desiderare nella messa in scena pacchiana e in una sceneggiatura dalla direzione poco chiara. Il tentativo di indirizzare la commedia italiana verso lidi inediti, come il cinema di genere anni ’70 e ’80, implode in un citazionismo stucchevole. 

In mancanza di spunti originali, Massimiliano Bruni finisce col riproporre la solita vecchia ricetta, con gli stessi ingredienti ormai cari e riconoscibili: il risultato è un misto tra un Ritorno al Futuro riadattato all’italiana e un Romanzo Criminale sdrammatizzato. Se negli ultimi anni c’è stato qualche film capace di dare nuova linfa vitale al cinema italiano, la qualità della scrittura rimane ancora bassa, incapace di apportare un vero cambiamento in una situazione di stallo caratterizzata dai soliti stereotipi locali, dagli accenti marcati e dalle gag trapassate. E Non ci resta che il crimine ne è la sintesi.

Fabrizio La Sorsa