Tassello di un mercato cinematografico saturo di film hollywoodiani, il sistema distributivo italiano tende spesso a non sostenere la circolazione di film provenienti da paesi geograficamente lontani. Con la vittoria di Parasite agli Oscar del 2020 sembra essersi innescato un cambiamento – seppur lieve – all’interno di queste dinamiche, portando il cosiddetto grande pubblico ad avvicinarsi a filmografie diverse dalle solite e a iniziare a incuriosirsi delle produzioni fuori dai soliti radar.

Ma si tratta ancora di rari casi isolati. Tantissimi i film indipendenti, di autori emergenti e di paesi remoti rispetto a noi che faticano a trovare un canale di distribuzione capillare, riuscendo a raggiungere al massimo i festival, le rassegne, i cinema d’essai o le piattaforme online, mentre di fatto rimangono semi-nascosti, soffocati sul nascere nonostante le loro potenzialità. Tre dei film candidati agli Oscar 2022 ne sono un esempio: Freda (Miglior film straniero per Haiti), Lunana: a Yak in the Classroom (Miglior film straniero per il Bhutan), Faya Dayi (Migliore documentario) – solo quest’ultimo è attualmente reperibile in Italia attraverso la piattaforma streaming MUBI.

Film spontaneo e sincero, Freda racconta la storia della protagonista omonima sullo sfondo della società haitiana contemporanea, ancora in crisi dopo il terremoto del 2010 – lo dimostra il l’assassinio del presidente haitiano Jovenel Moïse proprio nei giorni della proiezione del film al Festival di Cannes (Un Certain Regard). Freda è una studentessa universitaria che aiuta la madre a gestire il piccolo negozio di alimentari della famiglia, è innamorata del suo ragazzo che vive a Santo Domingo, è molto legata ai suoi fratelli e vive scissa tra l’amore per il luogo in cui è nata e la voglia di crearsi un futuro altrove, tra l’educazione ricevuta dalla madre, che la vorrebbe vedere lasciare l’Università per trovare un lavoro e un marito che la accudisca, e la propria personalità, brillante, audace e intraprendente. Intanto, la sorella ha assecondato le aspettative sociali, scegliendo di sposare un politico benestante.

Come i recenti L’événement e Titane, Freda parla di emancipazione e auto affermazione identitaria all’interno di una società patriarcale, e lo fa attraverso l’approccio documentaristico che caratterizza la filmografia di Gessica Geneus, irrobustito dall’inserimento di filmati delle proteste di Haiti nei momenti in cui la storia della protagonista viene inevitabilmente influenzata dalle condizioni del paese in cui vive, tra tradizioni locali, voodoo, danze, religione e politica – ricordando in alcuni momenti la fotografia di Steve McQueen in Small Axe – Lovers Rock

L’indecisione giovanile tra restare o andarsene dal proprio paese viene ripresa anche nel titolo candidato agli Oscar 2022 come Migliore film straniero per il Bhutan: Lunana – A Yak in the Classroom. Nel paese più felice del mondo vive Ugyen, insegnante che sogna di andare in Australia e vivere come cantautore. Per finire il praticantato, però, deve passare un periodo di tempo nella scuola di Lunana, paesino remoto del Bhutan raggiungibile solamente dopo diversi giorni di escursione tra le montagne, dove Internet e la linea telefonica non funzionano, la corrente elettrica viene generata solo nelle giornate di sole e le stufe vengono accese usando gli escrementi secchi degli Yak.

La trama si apre come una commedia classica, in cui il protagonista, abituato agli agi della modernità, deve confrontarsi con una vita difficile, faticosa, quasi primitiva. Scettico e titubante, col passare dei giorni si ricrede, scoprendo un altro lato di se stesso. Le iniziali immagini paesaggistiche della natura natura – a tratti eccessivamente celebrative – lasciano così il posto alla docu-fiction: gli alunni non sono attori professionisti, ma bambini del luogo, su cui volti la macchina da presa si sofferma all’arrivo del professore nel paese, come a volerne sottolineare l’autentica umanità.

Continuando sulla linea documentaristica, Faya Dayi di Jessica Beshir non è solo un film d’osservazione, ma il racconto di un’esperienza personale. La regista, di origini etiopi e messicane, si reca nell’altopiano di Fahra in Etiopia per raccontare la quotidianità, la storia e le abitudini della gente del posto, stabilendosi lì per dieci anni mentre raccoglie materiale. Le immagini, in un bianco e nero delicato e dettagliato, si susseguono in un flusso ipnotico. Le voci fuori campo sono quelle degli abitanti che si confessano, che rivelano le loro preoccupazioni e i loro stati d’animo.

Il perno attorno a cui ruota il film è la “rifrazione” tra il popolo locale e il mercato del Khat, una pianta anestetizzante di cui vengono masticate le foglie: la vita di queste persone è imprescindibile dal commercio di una pianta che crea una forte dipendenza psico-fisica. Eppure, il desiderio di andarsene resta, come anche quello di rivedere chi se n’è andato. Emblematico il dialogo tra due ragazzi all’inizio del film: uno racconta del suo viaggio in Egitto, delle difficoltà della migrazione e della sua decisione di ritornare indietro dalla famiglia; mentre l’altro racconta della madre che se n’è andata e lo ha abbandonato quando era più piccolo. Mentre loro parlano, le immagini si susseguono sullo schermo come un flusso di coscienza: il viso di una donna (è la madre di uno dei due?) si alterna ai ragazzi che parlano sdraiati osservando il cielo e alle immagini della macchina da presa che li segue mentre camminano tra le frasche.

Linda Venturini