Voto

8

Chiudere una trilogia composta da EP come Not The Actual Events (2016) e Add Violence (2017) non era un compito semplice semplice. Eppure, Trent Reznor e Atticus Ross ci sono riusciti: Bad Witch si presenta sotto la forma di un extended play, ma al contempo dimostra di essere un prodotto compattoe omogeneo; una dualità che si ripresenta anche nelle singole tracce dell’album.

Pause illogiche e una sapiente destrutturazione sono le cifre stilistiche di Shit Mirror, ouverture del disco, nella quale il ridondante riff dai toni distorti si unisce all’acidità dei laconici vocali di Reznor. Uno stile che ritorna in tutto l’album, secondo un climax discendente che trova il suo punto di arrivo con Over And Out, brano concettuale in cui l’amplesso tonale alterna fasi di quiete a picchi di puro industrial rock. Play The Goddamned Part è l’unica traccia divergente rispetto al resto dell’album, e la differenza sta nella scelta della strumentazione: l’inserimento di linee di sax comporta una virata verso sonorità cupe, quasi teatrali, che costituiscono il background su cui architettare le diverse sonorità elettroniche.

Elettronica, drum’n’bass e alternative metal, un’ampia gamma di generi che mirano verso un’unica tematica: la politica. In un mondo che sta cambiando, che sta vivendo la perdita di valori prima considerati immutabili, i Nine Inch Nails rimangono genuini, mantenendo l’identità di una delle band più influenti del XX secolo.

Sabino Forte

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