In occasione del suo concerto all’Arizona 2000, tenutosi lo scorso 14 novembre per chiudere con il giusto fragore il Danae Festival, la cantante Camilla Barbarito si è intrattenuta con gli emissari di 1977 per svelare i segreti della mente del suo personaggio, Nina Madù.

La Madù ha appena pubblicato il suo secondo disco, Octopussa, assistita nell’impresa dalle due Reliquie Commestibili, cioè il Bullo Psicologico (aka Ulisse Garnerone, responsabile dei synth) e l’Abietto Infame (Fabio Marconi, chitarrista). Questi due impassibili figuri l’hanno accompagnata anche nella creazione del suo primo album, Hirundo, raccolta di stravaganze cabarettistiche e di ilari atti di violenza compiuti sui generi musicali più disparati, con vocalizzi liricizzanti innestati su atmosfere in stile dark wave e raffinati sfottò al cantautorato nostrano.
Tutto ciò, ma con un maggior spirito di sintesi, è tornato in Octopussa, che racchiude instant cult come La Mummia, horror gotico ambientato nel parcheggio dell’Esselunga, e Coppia Etero, cinguettante elegia dedicata a una forma d’aggregazione umana in via d’estinzione, vale a dire – appunto – la coppia etero.

Ecco, dunque, quello che Camilla – sopportando stoicamente il peso di un corpetto intessuto di centinaia di musicassette – ha risposto alle nostre plurime domande:

Tu e le Reliquie Commestibili vi identificate in un genere preciso?
In uno solo no: ci piace molto la parodia dei generi, per cui tendiamo ad andare da una cosa all’altra. Nell’ultimo disco ci siamo assestati in una direzione elettronica che guarda alle sonorità anni Ottanta, ma anche più indietro; utilizziamo alcuni strumenti per dare un’idea del mood psicologico, come arpeggiatori molto particolari degli anni Settanta ritrovati in certi mercatini, o anche vecchie tastiere Casio.

Ci sono degli ingredienti fissi che non possono mancare nelle tue canzoni?
Io mi sono resa conto che Nina Madù, nelle sue canzoni, esplora sempre una realtà immersa in una luce assurda, grottesca. Tutto quello che fa parte del suo mondo è sempre un po’ “allampanato”: il suo sguardo non è mai emotivo.

Quali sono state le ispirazioni che hanno forgiato la public persona di Nina Madù?
Io amo molto l’espressionismo; al contrario di quello che succede col naturalismo, tu diventi una maschera e quindi veicoli qualcosa che va al di là dello psicologico. Divieni una specie di cosa… Io divento Nina Madù solo dopo aver messo i suoi vestiti e, quando non so cosa fare o cosa dire, ci pensa il personaggio, che è molto autonomo. Quando incominci questo gioco di contraffazione, tutto si accelera: tu diventi un portale e, attraverso di te, il personaggio vive la sua vita. Non è tutto scritto a tavolino, io al massimo attribuisco a Nina Madù le mie stesse manie.

In ambito musicale quali sono i parenti più stretti di Nina Madù?
Se parliamo di me come Camilla – uh! – sono fin troppi. Nina Madù dal canto suo si rifà al gusto delle grandi icone degli anni Ottanta, trash o non trash. Un gruppo che sicuramente mi ha ispirato sono gli Skiantos, che per me sono oggetto di culto.

Nina Madù potrebbe esistere in una lingua che non sia l’italiano?
La lingua che si presterebbe di più è forse il tedesco – se lo sapessi – visto che è molto legata al cabaret. E poi, a Nina Madù donerebbe una veste krautrock.

In alcune delle tue canzoni si assiste a una parata di personaggi (vedi il videoclip di Mi piaccio). Nina Madù può esistere da sola o ha bisogno di una corte?
Il mio grande sogno è di vedermi come un pezzo di un paesaggio più ampio popolato da tante creature, con cui ho una complicità e con cui mi viene naturale interagire. Non sono mai riuscita a fare qualcosa totalmente da sola: preferisco avere attorno una famigliona tipo Factory. Ognuno porta avanti il suo linguaggio, ma tutti prendono qualcosa da tutti.

Com’è nato il tuo gusto per l’estetica camp, che si traduce anche in ambito musicale?
Allora, diciamo una cosa: Nina Madù detesta le settime diminuite. Io e le Reliquie Commestibili amiamo i suoni sintetici talmente finti che ci permettono di decollare verso… [N.d.A.: è decollata]

Uno dei presupposti dell’immaginario camp consiste nell’essere “favoloseh” qualsiasi cosa si faccia, ma nelle tue canzoni gli oggetti e i gesti più quotidiani vengono visti in una luce disturbante. Com’è essere Nina Madù in un mondo che non ti permette di essere Nina Madù?
Dentro le nostre canzoni c’è una vaga critica alla società, però non è mai qualcosa di lineare o di ideologizzato: è più un insieme di sensazioni, di percezioni nervose, come quando vedi attorno a te dei personaggi plastici che ti sorridono come in certi videoclip, o quando senti la stonatura o la finzione nelle frasi e avverti tutto quell’inquinamento di linguaggio vuoto che ci attanaglia. Molte canzoni di Nina Madù – in cui prevale comunque la componente giocosa – nascono da certe figure che mi sembrano emblematiche di quei momenti in cui vedi tutto ciò che ti circonda sotto una luce un po’ più sinistra del solito.

Andrea Lohengrin Meroni

Potrebbero interessarti: