Dopo la presentazione al 72° Festival di Locarno e un’attesa di ormai più di un anno, è da oggi finalmente disponibile su MUBI Nimic di Yorgos Lanthimos, che dopo i recenti successi da Oscar come The Lobster (2015) o La Favorita (2018), decide di virare verso una forma narrativa differente, quella del cortometraggio, e adottando una distribuzione per sua natura ridimensionata. Una scelta che vuole dimostrare ancora una volta la piena dignità di un questo formato audiovisivo, troppo frequentemente legato all’etichetta fuorviante di “opera prima” o di “regista esordiente”. Nimic si presenta infatti come un fiero concentrato dello stile registico di Lanthimos e degli stilemi della Greek Weird New Wave, un’opera che non cade mai nell’esercizio di stile fine a sé stesso e che diventa veicolo di riflessioni sull’io e sulla condizione dell’essere umano.

A rendere Nimic un riconoscibile prodotto firmato Lanthimos c’è innanzitutto il tema cardine su cui verte la narrazione. Nimic parla prima di tutto di spersonalizzazione, di perdita della personalità, elaborata qui come privazione di quella confortante insostituibilità sulla cui base ogni essere umano costruisce la propria rete sociale. In un mondo in cui l’individualità viene prosciugata e resa irrilevante, in cui ogni uomo o donna potrebbero essere scambiati da un giorno all’altro come pezzi guasti di una macchina, prende forma l’incubo distopico della sostituibilità. E l’io si trova così prosciugato e svuotato da tutte quelle caratteristiche che lo rendono umano, unico e distinguibile.

Questo processo di spersonalizzazione è uno dei tratti stilistici che ha reso Lanthimos e la sua filmografia così forte e riconoscibile. Quella recitazione marionettistica, che lavora su un processo di svuotamento della psicologia in favore di una performatività quasi animalesca, viene adottata dai figli della famiglia disfunzionale di Dogtooth (2009), dai corpi vuoti dei personaggi di Alps (2011) o dagli ospiti dell’hotel di The Lobster (2015). Non solo: è presente anche in Miserere (2018) di Babis Makridis e in Attenberg (2010) di Athina Rachel Tsangari, nomi non meno cruciali della New Wave greca. Lanthimos la adotta anche in Nimic, declinandola nell’aspetto innaturale, ipnotico e quasi demoniaco della donna protagonista, la responsabile dell’incidente che rompe con violenza la calma della quotidianità raccontata nei primi minuti.

Ma la spersonalizzazione più disumata e crudele è quella subita dal protagonista, interpretato da Matt Dillon. Una spersonalizzazione non estetica, né dei suoi movimenti e delle sue azioni, ma piuttosto una privazione forzata della sua personalità e della sua distinguibilità, al punto di mortificarlo come essere umano e renderlo una “cosa” qualsiasi, una nullità. Non a caso la parola “nimic” in rumeno significa appunto “nulla”. Un incubo a cui Lanthimos dà corpo e concretezza scegliendo di calarlo in un mondo del tutto simile al nostro (e per questo ancor più disturbante) ma allo stesso tempo profondamente diverso, un mondo in cui la distopia non si può dire ambientale, sociale, culturale ed esteriore ma piuttosto personale, psicologica e interiore. Una distopia invisibile e quindi ancor più subdola. Un mondo realistico e allo stesso tempo surreale, non solo per gli eventi inverosimili e per il concretizzarsi di incubi comuni, ma anche per l’utilizzo di lenti grandangolari che dilatano lo spazio e di una musica di fondo atonale e ansiogena.  

Per rendere Nimic una realtà marcatamente surreale, sospesa e paranoica, Lanthimos interviene anche sulla componente temporale. La cronologia di Nimic non segue infatti una calma linearità, ma una perturbante circolarità, aprendosi e chiudendosi con una stessa frase che non a caso si riferisce proprio al tempo: “Do you have time?”. Una domanda che apre molteplici quesiti, direzioni e chiavi di lettura, innescando un vero e proprio corto circuito narrativo, un loop senza senza vie di uscita, una condanna destinata a ripetersi sempre uguale a sé stessa. Un limbo perenne, un purgatorio senza possibilità di redenzione. 

Con Nimic, Lanthimos rinnova la sua visione pessimistica dell’esistenza umana, ambientandola all’interno di mondi popolati da anime dannate, dove i peggiori incubi prendono la forma di uomini e donne in carne e ossa. Nimic contiene tutto questo in soli 12 minuti, e grida e rivendica l’autosufficienza del cortometraggio. Il nome di Lanthimos serve allora a dimostrare che opere come Nimic non sono risultato di limiti produttivi o mancanza di budget, quanto piuttosto legittimi e unici contenitori di narrazioni che per loro natura non sono concepite per la lunga durata. Per un’idea finalmente rinnovata di cortometraggio come scelta registica e non come mero ripiego.

Chiara Ghidelli