C’è vita su Marte, e David Bowie lo sa dal 1971. Lo sa bene anche Nicolas Roeg – vincitore del premio tecnico della giuria al Festival di Cannes nel 1985 per Insignificance e La signora in bianco e nel 1999 del Bafta Award alla carriera –, che sceglie proprio l’artista inglese come interprete del suo film del 1976, L’uomo che cadde sulla Terra. Oggi, nel primo anniversario della morte, il suo lavoro di regista inquieto e psichedelico sembra più moderno che mai.

Capace di inquadrare i suoi attori con uno stile ricercato e atmosfere inconsuete, nessun altro è stato in grado di dirigere le rockstar più insofferenti e difficili da ritrarre: prima Mick Jagger in Performance (1970), poi Art Garfunkel ne Il lenzuolo viola (1980) e nel 1976 ha l’intuizione di assegnare a Bowie il ruolo del protagonista de L’uomo che cadde sulla Terra (scritto da Walter Tevis, autore del romanzo che ispira il film). Thomas Jerome Newton è un personaggio che, a detta di Roeg, Bowie non ha avuto neanche bisogno di interpretare, perché gli è bastato essere se stesso: un alieno precipitato in un mondo nuovo. Colpito dalle infinite sfaccettature con cui Roeg coniuga umano e alieno, Bowie non vuole più abbandonare quel ruolo: sceglie un fotogramma del film per la copertina di Low e riprende la figura di Newton nel 2016, scrivendo e mettendo in scena Lazarus, lo spettacolo musicale considerato il suo testamento artistico, seguito ideale (e teatrale) del film.

In effetti, il linguaggio cinematografico di Nicolas Roeg è affine a quello utilizzato anche da Bowie nella musica, secondo la tecnica del cut-up mutuata da William Burroughs: tagliare e frammentare un testo o un’immagine per poi ricomporre un’unità seguendo una “logica illogica” apparentemente incomprensibile e al contempo personalissima, che mima l’andamento della psicosi delirante e aliena di Newton, un extraterrestre molto umano che si sente perso, decontestualizzato, solo. Un outsider, un emarginato, un reietto della società.

Quarantacinque anni fa, Roeg sviscerava un soggetto fortemente attuale ancora oggi: un invisibile che fatica a inserirsi in un contesto che potrebbe essere il suo ma, di fatto, non lo è e questo lo porta a chiudersi, rifiutando l’universo che ora lo circonda e che lo rifiuta a sua volta, incapace di interrogarsi, scoprire e comprendere qualcuno o qualcosa al di fuori della propria visione. In quest’ottica, Roeg si rivelò un precursore dei tempi, sensibile alla novità, attento alle scelte tecniche, capace di unire problematiche politiche e sociali trasferendole sul grande schermo.

Nell’era di un Joker/Joaquin Phoenix acclamato ciecamente da critica e pubblico, la scomposizione operata da Roeg sviscera con un occhio modernissimo un disagio che non smette di attanagliare l’animo umano: la disperazione di Newton (come poi quella del Joker di Tod Phillips) è un’afflizione tragica e pienamente condivisibile, emblema di un sentire comune verso il diverso, l’altro, il disgraziato sopra le righe. Attraverso la sua tecnica di cucitura, Roeg assembla idee e frammenti dando vita a immagini precise che si ripercuotono nella mente dello spettatore, che giocano nei suoi occhi. Newton dà corpo a concetti che continuano a tormentare cinema, pubblico, esseri umani, che fanno sprofondare in un’immensa tristezza, sprigionando inaspettatamente una forza unica e viva che impone una rinascita.

Oggi Roeg, con la sua regia allucinata, sperimentale e dalle folli pulsioni, costringe a riflettere sulla contemporaneità di un cinema capace di dare forma all’irrazionale, di invitare ad andare oltre, ad accompagnare il pensiero alle immagini, rimanendo ancorati a quella filosofia del (ir)reale che prima fa tentennare e poi lasciarsi ispirare e abbandonare completamente.