Circa un mese fa è uscita una notizia di cui si parlava già da qualche tempo: Netflix ha acquistato l’iconico Egyptian Theatre di Hollywood, ed è il secondo cinema che compra, dopo aver rilevato anche il Paris Theater di New York a novembre 2019; salvando due cinema storici che versavano in condizioni critiche ormai da anni. Ora che è passato un po’ di tempo, viene da chiedersi che cosa ci sia dietro alla scelta di Netflix di espandersi in questa direzione all’interno del mercato cinematografico.

Negli Stati Uniti, come in Europa, l’avvento delle piattaforme digitali ha contribuito alla crisi degli esercenti, a cui le grandi aziende hanno risposto – anche in Italia, come nel caso di Roma o di The Irish Man -, rifiutandosi di distribuire i film targati Netflix o pretendendo un minimo di settimane di esclusiva rispetto alla piattaforma online. Questa sorta di guerra fretta cinematografica è esplosa durante la pandemia, quando i distributori (come Universal) hanno deciso di affrontare la situazione anticipando il passaggio digitale dei film in uscita (il casus belli è stato Trolls World Tour) a scapito della sala; una scelta a cui le grandi catene di cinema (come AMC Theatres e Regal Entertainment) hanno risposto con una serie di proteste che hanno sollevato un polverone mediatico negli Stati Uniti. Nonostante la guerriglia si ancora in corso, le condizione dei cinema al momento sono tutt’altro che rosee – Italia inclusa.

La scelta di Netflix di acquistare l’Egyptian e il Paris potrebbe sembrare la prima fase di un progetto a lungo termine, finalizzato a creare una catena di sale per subentrare ai grandi colossi in crisi, ma risulterebbe un controsenso. L’intenzione di Netflix è quella di ripensare l’esperienza in sala, puntando sulla specificità della visione offline, in presenza fisica. I primi esperimenti sembrano prendere spunto, per la programmazione e la gestione del sistema, dalle sale art-house americane o d’essai francese – quasi del tutto scomparse in Italiache continuano a resistere nonostante il proliferare delle piattaforme streaming. Ecco che, dopo aver proposto in anteprima americana Storia di un matrimonio, il Cinema Paris sotto la direzione Netflix proporrà una rassegna dedicata a Noah Baumbach, inclusi i suoi film non-Netflix. La sala di Los Angeles, inoltre, continuerà a distribuire le opere dell’American Cinematheque, permettendole di sopravvivere.

Quindi, che cosa significa tutto questo? Significa che Netflix ha dovuto riconoscere la centralità della sala, e sembra avere intenzione di valorizzarla come luogo privilegiato della fruizione cinematografica. E questo non si deve a una direzione illuminata del colosso dello streaming, quanto piuttosto a quei registi che hanno concesso a Netflix di distribuire i loro film a patto che prima avessero un passaggio esclusivo in sala per un certo lasso di tempo – come Scorsese per il suo ultimo film, spiegando in una lettera al New York Times che le opere cinematografiche concepite in funzione della sala devono avere il diritto a venire proiettate e fruite prima di tutto in quel contesto. Dunque Netflix ha capito che, se vuole imporsi non solo sul mercato seriale ma anche su quello cinematografico, deve scendere a compromessi con i bisogni del pubblico e degli autori. Ed è questo il motivo retrostante all’acquisto di sale nelle grandi città da parte di Netflix, che garantirebbero all’azienda una posizione privilegiata anche nella distribuzione fisica, scardinando quindi non tanto le grandi catene quanto piuttosto i suoi diretti competitor che arrivano già da tempo in sala, come Amazon Studio.

Rientrano in questa strategia i nuovi progetti cinematografici targati Netflix, tra i quali spiccano Mank di David Fincher, I’m Thinking of Ending Things di Charlie Kaufman, Rebecca di Ben Wheatley e Don’t Look Up di Adam McKay. In particolare, i film di Kaufman e Wheatley rischiavano di avere una distribuzione limitata e debole, finendo sacrificati dagli esercenti in crisi in favore di titoli con un appeal più ampio per il grande pubblico; ma grazie a Netflix passeranno in alcune delle sale più importanti al mondo e verranno distribuiti digitalmente a livello globale. Certo, rimane aperta la discussione sull’irreversibile processo di globalizzazione dell’intrattenimento di cui Netflix è tra i primi responsabili, intanto però sembra aprirsi una prospettiva per sanare sanare in qualche modo la frattura tra distribuzione tradizionale, fisica e digitale, online.

Davide Rui