Voto

8.5

Cantore della contemporaneità, Pablo Larrain parla della lotta contro il comunismo del governo cileno tra gli anni ’40 e ‘50 attraverso un falso biopic su Pablo Neruda. Il regista cileno non racconta il poeta, ma il senatore della Repubblica per il Partito Comunista, che criticò con toni violentemente espliciti il governo in seguito alla repressione del 1947 dei minatori in sciopero nella regione di Bío-Bío, visto da Neruda come un voltafaccia imperdonabile. Il discorso Yo acuso del 6 gennaio 1948 davanti al senato, in cui Neruda leggeva l’elenco dei minatori imprigionati da Videla in carceri militari e campi di concentramento, portò il governo a emettere un ordine d’arresto contro il poeta, che fu costretto a tredici mesi di fuga incessante.

Ma il fulcro di Neruda non è Pablo Neruda: paradossalmente il suo punto di vista non viene mai adottato dalla macchina da presa, che rifugge le soggettive e preferisce la distanza ironica tipica del noir classico americano di cui Larrain assume gli stilemi, che culmineranno nel finale da western tarantiniano. Neruda rappresenta la dialettica tra arte e politica, tra poesia e potere tramite il confronto fra due uomini emblematici di quel periodo così nettamente duplice, Pablo Neruda (Luis Gnecco) e la sua nemesi Oscar Peluschonneau (Gael Garcia Bernal), l’agente ossessionato dalla cattura di Neruda, vista come unico modo per riscattarsi e dimostrare al mondo il proprio valore. Ed è questo personaggio fittizio, frutto della penna di Neruda smaniosa di una fuga epica e tormentata, che divora le ultime briciole di realismo della pellicola.

Nonostante parta da eventi reali, infatti, Larrain non mente allo spettatore e svela in modo palese gli artifici del proprio film: trasparenti, fuori fuoco, sguardi in camera, spostamenti spaziali improvvisi dei personaggi anche durante una stessa conversazione e tagli di montaggio inaspettati sono tutti escamotage che racchiudono il biopic in una forma onirica e lo trasportano nella dimensione leggendaria del mito. Sovversivo come il suo protagonista, questo film-romanzo rifiuta le tecniche narrative e le formule linguistiche classiche, smonta le categorie di genere e si abbandona a un gusto comico-grottesco e deformante dal sapore fumettistico. Il fascino della leggenda è irresistibile per Larrain, figlio culturale del realismo magico, che la posiziona sullo stesso piano della verità: nella dimensione cinematografica, ha davvero ragione d’esistere il confine tra realtà e finzione?

Benedetta Pini

Potrebbero interessarti: