Voto

5

Quando i fratelli Becky e Cal Demuth (Laysla de Oliveira e Avery Whitted) sentono un ragazzino chiedere aiuto dalla profondità di un enorme campo di erba alta al fianco di una vecchia chiesa decadente, si inoltrano tra le frasche per cercarlo. Ma piano piano si renderanno conto di essersi persi e di non riuscire più a trovare una via di fuga. Mentre vagano tra l’erba incontrano il padre del ragazzino di cui avevano sentito la voce e scoprono l’esistenza di un’enorme roccia dai poteri misteriosi. Da questo momento inizia un’escalation di angosce, paradossi temporali e incontri inaspettati, in cui il destino delle due famiglie si intreccia saldamente al mistero del campo-labirinto-trappola.

In questo adattamento di un romanzo Di Stephen King (scritto in collaborazione con il figlio, sotto lo pseudonimo di Joe Hill), il senso di claustrofobia permea ogni scena, unito alla crescente complessità dei nodi narrativi, portando a galla molte domande, forse troppe, alle quali corrispondono risposte deludenti man mano che ci si avvicina al finale. La tensione scema non appena viene svelato il meccanismo dei time-loop, che si ripete in modo confusionario tra incontri continui e stancanti fino all’ovvio epilogo. Come la struttura narrativa, i dialoghi risultano ripetitivi e i colpi di scena anticipabili e scialbi: gli ingranaggi girano a fatica nel tentativo di creare una suspense che non si instaura, di fato, mai. Qualche sporadica presenza di gore, come una testa schiacciata con furia a mani nude, non riesce a garantire nemmeno un body-count accattivante.

L’idea della trappola spazio-temporale da cui i protagonisti devono cercare disperatamente una scappatoia che sembra impossibile da trovare è già stata affrontata da numerose pellicole recenti, su tutte Triangle del 2009 di Christopher Smith, ambientato su una nave da crociera intrappolata in un tempo indefinito, e il gioiello indipendente The Endless del 2017, che vede protagonista una misteriosa congregazione religiosa dalle bizzarre cognizioni spazio-temporali. Confronti dai quali Nell’erba alta esce perdende, mostrando tutte le sue debolezze. Nell’erba alta, si sa, a volte ci si perde, e in questo caso sarebbe stato meglio starne alla larga.

Federico Squillacioti