I primi decenni del cinema sono stati caratterizzati da una forte componente sperimentale e di ricerca: registi e attori si chiedono come si possa utilizzare il nuovo mezzo di comunicazione, come si possa uscire dagli schemi impressionando su pellicola qualcosa di nuovo e sempre più elegante, spinti dal desiderio di innalzare il cinema da comune attrazione mostrativa a espressione artistica. Ernst Lubitsch era uno di questi.

Lubitsch nacque a Berlino il 28 gennaio 1892 e fu tra i primi registi ad avere l’onore di vedere il proprio nome posizionato prima del titolo sulle locandine e negli elenchi della troupe. Padre della commedia e del cinema tedesco, prima di emigrare negli Stati Uniti realizzò film leggeri caratterizzati da uno straordinario garbo e da una perspicace intelligenza come La principessa delle ostriche del 1919, una messa in scena umiliante dei ricchi americani e del loro stravagante modo di vivere, non dissimile da quello dei re europei da loro tanto criticati.

Giunto nel nuovo continente, Lubitsch divenne parte integrante di quella meravigliosa macchina dei sogni chiamata Hollywood. Il cineasta costruiva le proprie vicende con un impianto narrativo spesso fragile ma sorretto da fantastiche metafore che riflettono sul cinema stesso e su quello che la macchina da presa è in grado di fare. Il Silent Movie riuscì a mettere in evidenza la genialità del regista tedesco che, grazie alle immagini che era in grado di ricreare, offriva al pubblico un’occasione per riflettere su sé stesso e problematizzare la realtà.

Ne Il ventaglio di Lady Windermere del 1925 (trasposizione dell’omonima commedia di Oscar Wilde), ad esempio, si affronta il tema del doppio. Film tra i più teneri e moralisti di Lubitsch, la pellicola critica con ferocia le ipocrisie vittoriane attraverso un’indagine dell’alta borghesia londinese. La polemica del regista raggiunge il culmine tra il quinto e il sesto minuto, dove Lubitsch riesce a rappresentare all’ interno di una sola inquadratura i sentimenti contrastanti delle due protagoniste grazie al suo tocco sublime, il famoso “tocco alla Lubitsch” o, più in generale “tocco magico”.

Per molte epoche a venire, i più grandi registi, da Orson Wells a Billy Wilder, si chiederanno: “Che cosa avrebbe fatto Lubitsch?”. Per cinefili e cineasti, infatti, il suo nome era associato alla genialità e all’ossessiva cura di ogni singolo dettaglio e parola; ovvero ciò che distingue la mediocrità dalla grandezza. Questo tocco magico, questo “potere” – come se fosse una “forza divina” che rende una pellicola una vera opera d’arte – riesce a raccontare attraverso il “non detto”, il silenzio e il “non visto” qualcosa che va oltre le immagini stesse del film.

In oltre trent’anni di carriera Lubitsch è riuscito nell’intento di elevare il cinema a qualcosa di più che una semplice attrazione. La sua capacità di cogliere la sensibilità umana e di trasporle su schermo attraverso forme stilistiche nuove lo ha reso immortale per tutti gli anni a venire. “Nessuno di noi a Hollywood pensava di fare nient’altro che intrattenimento. Solo Lubitsch sapeva che stavamo facendo arte.” (John Ford).

Mattia Migliarino