Voto

6.5

28 anni. Tanto è passato dalla sparizione di Paolo Letizia di Casal di Principe alla condanna dei suoi assassini, tutti esponenti dell’allora emergente (era il 1989) clan dei Casalesi. Nel frattempo, la prima Repubblica è stata travolta, la seconda ha fatto il suo tempo e la terza ha potuto vedere la luce; ma la lupara bianca, quella è rimasta sempre la stessa.

Partendo dal racconto di Paolo, il fratello Amedeo, che ha raccolto la sua storia in un libro omonimo del film, Bruno Oliviero e gli sceneggiatori Maurizio Braucci e Massimiliano Virgilio costruiscono un film minimale e misurato, che racconta la dolorosa vicenda con attenzione e rispetto. Lo evidenzia la scelta di lasciare provare gli attori liberamente, senza imposizioni dall’alto per l’immedesimazione nei rispettivi personaggi: rinunciando alla bella inquadratura, la macchina da presa segue continuamente gli interpreti, che si muovono senza ricevere direttive.

Il risultato è vero e vivido, anche quando gli interpreti non sono proprio all’altezza del compito (vedi alla voce “Donatella Finocchiaro”), restituendo a chi guarda il ritratto di un’umanità dolente, di un luogo dove lo Stato non esiste e l’unica autorità è quella della violenza: c’è chi si rifugia nella religione, chi nell’inazione e chi è tentato di farsi giustizia da solo, come il protagonista (Andrea Lapice), un Rambo da fotoromanzo che setaccia le campagne fucile alla mano in cerca di indizi impossibili da trovare nella terra dell’omertà.

E se qualche sbavatura di regia e sceneggiatura rende a volte meno appassionante l’indagine, il ritmo del film, complessivamente, è più da western che da thriller e crea una narrazione fatta di vuoto e tempi lunghi che giovano al racconto di una verità negata e irraggiungibile, nascosta e taciuta.

Francesco Cirica