Voto

6

Da qualsiasi prospettiva la si guardi, la carriera di Nas si è sviluppata poggiando sui suoi due primi, monumentali album: Illmatic e It Was Written hanno oltre vent’anni ma hanno rappresentato lo zenit per il rapper di Queensbridge, che per il suo tredicesimo lavoro decide di aprirsi con nostalgica sincerità a quegli anni irripetibili, croce e delizia della sua legacy. In King’s Disease Nas appare disilluso dalla realtà che lo circonda, con le sue rime si affaccia in modalità e atteggiamenti diversi verso un passato che non tornerà più.

Un opus circolare che parte dal 1994 e si ricollega fino ai giorni nostri attraverso una tracklist che attraversa tre generazioni diverse di rapper che viaggiano al ritmo dettato da Hit-Boy, unico producer accreditato. Con Lil Durk in Till the War is Won traspare tutta l’amarezza per la perdita della madre, la difficoltà di convivere con questo peso e la scioccante sincerità con cui Nas afferma: “Mom’s gone, pop’s here, wish God reversed the roles”. Replace Me con Big Sean e Don Toliver vuole essere una lettera aperta, un mezzo con il quale fare ammenda per alcune azioni passate e il complicato rapporto con la ex moglie Kelis, che nel 2018 lo accusò di violenze domestiche e abusi.

Il climax dell’album arriva con Full Circle, dove il basso raffinato di Hit-Boy si raccoglie in una street ballad per il ritorno dei The Firm, formazione lanciata nel 1996 da Nas in It Was Written con Cormega, AZ e Foxy Brown che scambiano rime con Nas in una reminescenza della golden age della scuola newyorchese. Per molti King’s Disease è il miglior disco di Nas dai tempi di Life is Good, ma superato il credito iniziale che si deve a un artista della sua caratura rimane la parziale incompiutezza di un disco ben lontano dall’immortalità.

Matteo Squillace