Voto

6.5

Americano con radici africane ed ebree, Mykki Blanco è l’emblema del melting pot. Alla sua natura policulturale si aggiunge un’attitudine artistica poliedrica e un’identità (soprattutto sessuale) tormentata, nella quale convivono dissidi e sfumature. Questi connubi, se non impossibili quantomeno difficili da metabolizzare, si concretizzano in una personalità e in un’estetica provocatorie.

Fin dai testi del suo album d’esordio, il rapper di New York ha trasmesso con trasparenza la propria interiorità che, seppur stravagante e quasi sempre spinta verso il limite della provocazione, resta sincera nei confronti del pubblico. Nel suo lavoro omonimo, Mykki si racconta senza limiti né inibizioni, esplorando i propri sentimenti e affrontando temi difficili come la sieropositività, la sessualità e il razzismo. Accanto a una linea narrativa piuttosto chiara e definita musicalmente, si presentano alcune varianti, in particolare le dolci linee melodiche regalate dalla collaborazione con Jean Deaux (I’m in a Mood e Loner), che conferiscono a un album principalmente hip hop una morbidezza inaspettata, e la produzione di Jeremiah Meece, che con le sue influenze trap non manca di aggiungere una forte incisività.

Eleonora Orrù