Voto

5

Una delle massime della retorica latina consisteva in un semplice consiglio: quando si vuole organizzare un discorso, bisogna avere ben chiaro ciò che si vuole dire. Le parole giuste verranno da sé. Parole che mancano al protagonista di Mute, Leo (Alexander Skarsgård), in cerca del suo amore perduto tra le strade buie e sordide di una Berlino del futuro che ricorda da una parte un’evoluzione credibile del nostro presente e, dall’altra, la città nel periodo in cui era stretta tra la morsa del Muro la Guerra Fredda.

Dopo l’esperimento fallito del suo primo blockbuster, Warcraft – L’inizio, Duncan Jones torna a quella fantascienza minimalista e low budget che lo ha portato alla ribalta, ma inspiegabilmente scivola proprio su ciò che sa fare meglio. Se l’atmosfera viene resa con efficacia dalla fotografia fredda come un neon e dalla colonna sonora elettronica, a mancare sono ritmo e idee. La storia del film si sviluppa infatti lungo due binari paralleli, che sembrano non riuscire mai a incontrarsi: la ricerca del protagonista ha i toni e il passo del noir, mentre gli eventi che coinvolgono il medico americano Cactus (Paul Rudd) in cui Leo si imbatte hanno un carattere pulp. Due lingue diverse che sembrano non riuscire a dialogare tra loro e impediscono alle due linee narrative di legarsi, causando un cortocircuito il cui sintomo più evidente è l’interminabile trascinarsi del finale.

L’intuizione migliore del film è il suo protagonista: un muto in un mondo di suoni assordanti e di parole ripetute, un foglio bianco, un bambino bloccato nel corpo di un gigante, soggetto a commoventi ingenuità e repentini scatti di violenza come il Frankenstein di Whale. La vera pecca del film è quella di non aver valorizzato abbastanza questa figura, impantanando la sua maturazione tra dialoghi senza mordente e una fiacca crime story. D’altronde, lo sapevano già i latini: basta sapere di cosa si vuole parlare per trovare le parole.

Francesco Cirica

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